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Wu Ming e gli altri

La scrittura collettiva in Italia: non ci sono solo Wu Ming e SIC, ovviamente. L’ultima lezione del corso Leggere e scrivere letteratura con Twitter è dedicata a una veloce rassegna delle esperienze più significative fin qui realizzate nel nostro paese. Abbiamo parlato di realtà molto diverse fra loro, non solo per il metodo e il pubblico coinvolto, ma anche e soprattutto per i presupposti culturali e politici. Mi sembra che il punto di partenza di Wu Ming sia l’idea della scrittura come forma di critica. Il discorso di Lorenzo Trenti e BurnWriting.it o di 20lines è senz’altro più disimpegnato: qui la parola giusta è forse «intrattenimento». Che poi Wu Ming corra il rischio di un compiaciuto e altezzoso manierismo, un po’ da primi della classe, è un discorso che probabilmente interessa a pochi. E comunque il mercato premia Wu Ming, perché c’è sempre la possibilità di «trasformare la ribellione in denaro», come recitavano i Clash. Più quelli di Wu Ming fanno i preziosi, e più il loro fascino si alimenta: «stupire i borghesi» coprendosi il volto con una maschera.

Certo le esperienze in esame non sono facili da confrontare. Un conto è la scrittura collettiva intesa come lavoro di un gruppo ristretto di autori, un altro conto è il romanzo wiki, un altro ancora l’approccio proposto da SIC. Tutto ovvio, no? A noi interessa semmai capire in che misura il paradigma si possa declinare nell’ecosistema di Twitter. Perché, come già detto, ci sembra che Twitter abbia in sé alcuni caratteri antinarrativi. O li bolliamo come insopportabili ostacoli, e li aggiriamo, oppure li assumiamo come vincoli con cui giocare.

In un wiki, così come nel metodo di SIC, il luogo in cui il testo si forma è tutto sommato definito. È lì, dove gli autori si danno appuntamento. Ognuno porta il proprio contributo, magari in modo un po’ caotico. Ma gli apporti di tutti si concentrano intorno allo spazio ideale che contiene il testo. Ogni volta che voglio vedere a che punto siamo, so dove trovarlo, il testo. Nel caso di Twitter, invece, i contributi dei singoli si depositano su un nastro trasportatore che scorre inesorabilmente e li cancella presto alla nostra vista. Il gioco è governato dalla timeline. Il tempo è ciò che distanzia ogni apporto della comunità da tutti gli altri.

Un modo di narrare su Twitter, forse, è farlo usando la timeline per convogliare i pezzi della storia da una stazione a quella successiva. Un po’ come hanno fatto Tito Faraci (@titofaraci) e Claudia Maria Bertola (@Angioletto9), con il loro #tWeBook, un racconto scritto a due mani «senza premeditazione». Il testo è nato e si è costruito giorno per giorno attraverso lo scambi di tweet non programmati fra i due autori. In questo senso Faraci e Bertola sono riusciti a valorizzare il piano orizzontale del medium, oltre a quello seriale. Altri progetti, sempre italiani, hanno coltivato la stessa ambizione, integrando in senso orizzontale e usando la timeline come vettore di oggetti narrativi (personaggi, scene, situazioni). Vite in 140 caratteri, per esempio, è una collezione di ritratti, costruiti prendendo spunto dalla vita quotidiana, che Andrea Maggiolo (@micronarrativa) ha lanciato su Twitter nel 2009. Danilo Zanelli, invece, crea trame, incipit, finali e personaggi, «abbandonandoli» su Twitter attraverso l’account @IdeeXscrittori: di grande successo, in particolare, il personaggio di #JackSpirofsky, che è stato «adottato» da narratori occasionali e lettori online.

Di seguito i materiali presentati oggi a lezione:

2 thoughts on “Wu Ming e gli altri

  1. Ciao, grazie della citazione, ma… che vuol dire che il mio è un discorso “più disimpegnato”, scusa? A parte il fatto che raccogliere memorie della Seconda Guerra Mondiale e confezionare un mondo sulla falsariga dell’Uqbar borgesiano mi sembrano progetti tutt’altro che disimpegnati… Mi sembra la riproposizione di vieti cliché crociani su letteratura alta e bassa. Per dare un contributo positivo alla discussione segnalo invece: lo scrittore collettivo Paolo Agaraff; il twit-romanzo “Scatola nera” di Jennifer Egan, edito da Minimum Fax; e infine più in generale un intero mondo di scrittura che mi sembra non sia stato nemmeno sfiorato, quello del PBEM (Play By E-Mail), in cui si scrive collettivamente, ognuno col punto di vista di un personaggio (es. gioco.net).

  2. A Lorenzo Trenti – che ringrazio per il suo feedback – dico che il riferimento al “disimpegno” non voleva in alcun modo sminuire il valore dei suoi progetti. Semmai era un modo per irridere all’impegno militante di certi autori, persuasi che il mondo esista per ricevere le loro scritture (se ne annidano molti fra la generazione dei cosiddetti TQ, che io ho ribattezzato Tutto Qui). Aggiungo che di Jennifer Egan ho parlato ampiamente in un post precedente, qui: http://www.paolocosta.net/sogno-rapidita/. E ne ho anche parlato ampiamente a lezione. Ancora complimenti, in ogni caso.

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