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Il trucco cartesiano

«Dimenticare il corpo è un vecchio trucco cartesiano», ammoniva Allucquère Rosanne Stone più di vent’anni fa [1].
All’inizio degli anni Novanta la riflessione sul ruolo giocato dal corpo nella definizione delle nostre identità fu alimentata da un salto di paradigma tecnologico: la virtualizzazione del mondo e dell’umano, intesa come smaterializzazione abilitata dal processo di digitalizzazione.

Il movimento cyborg immaginava un progressivo superamento del dato corporeo, in favore di una matrice post-biologica resa finalmente possibile dall’avvento del digitale. Hans Moravec, Stelios Arkadiou (Stelarc), David Ross e altri concepivano la transizione verso il virtuale come smaterializzazione: la condizione transumana coincide con la “liberazione” della mente dal corpo. Un vecchio sogno platonico e cartesiano, appunto. Il quale è parte della più lunga tradizione occidentale di svalutazione o rifiuto del corpo.

Ma per i transumanisti – o iperumanisti – la liberazione dal dato biologico avviene attraverso una ibridazione con la tecnologia: si dà come smaterializzazione o estropia, ma anche come rimaterializzazione. Il superamento dell’antropocentrismo è un’apertura al mondo, è trascendenza dei nostri confini fisici e percettivi. Il transumanista pretende di spezzare il vincolo fra il sé e il corpo individuale con l’obiettivo di fondersi con il mondo. L’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, simbolo del “vecchio” progetto umanista, apre le braccia per misurare il mondo. Il transumanista apre le braccia per accoglierlo e fondersi con esso.

Nella prospettiva femminista e transgender, invece, il corpo restava e resta il nucleo fondante della nostra identità, anche nell’esperienza virtuale: «Nessun corpo virtuale riconfiguarato, per quanto bello sia, ritarderà la morte di un cyberpunk con l’AIDS: anche nell’epoca del soggetto tecnosociale, la vita è vissuta dai corpi.» [2] Per la teorica femminista Rosanne Stone il bisogno di libertà dal corpo che si manifesta nell’apologia del virtuale traduce un desiderio adolescenziale tipicamente maschile: la ricerca di una «sensazione di libertà cinesteticamente eccitante, e che dà le vertigini.» [3]

transcendence

I termini di questo dibattito tornano utili oggi. Martedì scorso abbiamo assistito all’anteprima italiana di Transcendence (USA, 2014): un film interessante – anche se tutt’altro che superbo sul piano artistico – scritto e diretto da Wally Pfister. L’incubo dell’estropia, l’upload della mente umana in un computer, vi è descritto in modo perfetto. E, con altrettanta chiarezza, è rappresentata nel film la trascendenza, intesa non solo come elevazione e superamento del proprio corpo, ma anche come fusione della mente individuale con il mondo: gli individui diventano nodi di una mente collettiva, la quale appunto li trascende. Quando parliamo di hive mind o singularity («singolarità»), alludiamo proprio a una coscienza collettiva che sopprime l’individualità. Così pone la questione Will Caster, il protagonista del film interpretato da Johnny Depp:

For one hundred and thirty thousand years, our capacity to reason has remained unchanged. The combined intellect of the neuroscientists, mathematicians and engineers pales in comparison to the most basic A.I. Once online, a sentient machine will quickly overcome the limits of biology; in a short time, its analytic power will become greater than the collective intelligence of every person born in the history of the world. Some scientists refer to this as the Singularity. I call it Transcendence.

I transumanisti ripongono grande fiducia nella tecnologia. La loro è un’attesa del momento palingenetico, quello in cui la tecnologia sarà così matura da consentirci di caricare le nostre menti su un supporto artificiale e quindi di combinarle, creando una superintelligenza trascendente. È palese, a mio avviso, la dimensione religiosa che permea questa visione. Non a caso l’esperto di intelligenza artificiale russo Alexander Chislenko usa l’espressione teogenesi per descrivere questo processo di ibridazione fra biologico e artificiale. E Julian Huxley, cui si deve l’invenzione del termine transumanesimo, pose le basi di questa «nuova fede» [sic] in un libro intitolato Religione senza rivelazione (Religion without revelation, E. Benn, London 1927). È dunque significativo che nel film si parli proprio di «rifare Dio: una cosa che l’uomo ha sempre desiderato».

Ma Transcendence è utile soprattutto per ricordarci due cose. La prima è la minaccia a cui si espone la libertà, allorché si abbraccia una simile prospettiva. Parlo della libertà di compiere le proprie scelte volontariamente, senza coercizione e senza il vincolo di qualsiasi autorità morale, civile o religiosa. Il panteismo tecnologico transumanista postula il trasferimento dell’arbitrio dall’individuo alla macchina senziente o – se preferiamo – dall’io alla Rete. La quale non a caso viene investita di significati salvifici all’interno di un discorso squisitamente teologico [4]. Non stiamo formulando ipotesi fantascientifiche. Già oggi rinunciamo a evidenti margini di libertà, ogni volta che ci lasciamo imprigionare nella bolla dei filtri di Internet. Gli algoritmi di personalizzazione selezionano in modo deterministico le informazioni buone per noi. Google previene le nostre scelte, ovvero sceglie per noi.

La seconda cosa è la sottovalutazione del ruolo del corpo nella nostra soggettività e, in definitiva, nella nostra esperienza del mondo. I transumanisti pensano il corpo in chiave meramente anatomica (il tedesco Körper). Essi dicono «abbiamo un corpo». Sembrano invece ignorare il corpo vissuto (Leib), che è la sorgente di ogni senso. Io non ho un corpo. Io sono un corpo, il quale è tutt’uno con il soggetto che io sono.

[1] A. Rosanne Stone, A proposito del corpo reale, in Benedikt (a cura di), Primi passi nella realtà virtuale, tr. it. di C. Lunardi, Franco Muzzio, Genova 1993 p. 118.
[2] Idem, p. 118.
[3] Idem, p. 113.
[4] Pier Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo, Milano 2007 (ed. originale Presses Universitaires de France, Paris 2003).

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