Corsera, una storia italiana

Pubblico qui i materiali relativi alla dodicesima lezione del corso su Giornalismo e ipertelevisione. Dopo avere affrontato – nelle lezioni precedenti – l’analisi di diverse produzioni televisive, oggi abbiamo cambiato registro, ripercorrendo le tappe salienti della storia del Corriere della Sera. Una storia che ci sembra esemplare almeno per due motivi. Da un lato il Corriere incarna il tentativo – mai pienamente riuscito e in alcuni casi decisamente fallito – di essere indipendente dai cosiddetti “poteri forti” e dalla politica. Dall’altro oggi come all’epoca di Albertini la formula del quotidiano omnibus risponde all’esigenza di conciliare il dilemma fra quality paper e giornale tabloid, che è un’altra delle cifre caratteristiche della stampa italiana. Il Corriere è pensato per la élite borghese lombarda, ma sopperisce all’assenza di un giornale tabloid (Daily Mirror, Bild, USA Today), invadendone lo spazio.

In questi giorni nuove tensioni si manifestano nel patto di sindacato di RCS MediaGroup. Diego Della Valle vuole marginalizzare il ruolo di Generali, ovvero quello di Cesare Geronzi (troppo berlusconiano?) Insomma: dall’epoca in cui Enrico Cuccia si inventò la formula del patto per tutelare il capitalismo lombardo con una proprietà multipla, come ha ricordato il 22 marzo scorso Guido Rossi proprio sulle pagine del Corriere, c’è un’evidente coazione a ripetere la stessa scena. Ma per salvare il salvabile del sogno einaudiano, ovvero quello di un giornale indipendente sia dal potere politico sia da quello economico, occorre cambiare formula.

Cesare Geronzi e Diego Della Valle
Cesare Geronzi e Diego Della Valle

Ha ragione Smile (Umberto Brunetti), quando scrive su Prima Comunicazione: “L’obiettivo delle regole deve essere la natura dell’azionista, il cui successo economico deve essere fortemente dipendente dal mestiere di editore e non da altre attività. Il cosiddetto editore puro, dunque; che per essere veramente puro non dovrebbe avere nemmeno contaminazioni con la politica. Come cittadino mi fido più di un editore come Murdoch (o come Berlusconi prima che entrasse in politica) che di un editore come la Fiat. Per Murdoch, audience, lettori, pubblicità sono gli unici obiettivi. Per la Fiat, i risultati della Stampa sono marginali rispetto all’influenza che il giornale può esercitare.” (Prima Comunicazione, marzo 2011).

Resta da capire, però, quanti editori puri sopravvivano oggi, in Italia e all’estero. Forse la purezza è un sogno inabissatosi fra la Scilla di News Corp e la Cariddi di Google.

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