surveillance

Big data, big brother

Una lezione dedicata al concetto di big data, quella di oggi a CIM, e alla social media intelligence realizzata per fini investigativi. Nel Regno Unito il dibattito è aperto. Specie dopo che, lo scorso anno, è trapelata la volontà del governo di monitorare tutto il traffico Internet, social media e Skype inclusi. Tim Berners-Lee ha subito definito l’iniziativa pericolosa: “le informazioni raccolte dal governo potrebbero essere rubate e usate da terzi con obiettivi malevoli”. Il primo ministro britannico David Cameron non è nuovo a uscite estemporanee. Nell’estate del 2011, sull’onda dei “BlackBerry riots”, ipotizzò di inibire l’accesso alle piattaforme online a coloro che “stanno preparando violenze, disordini o atti criminali”. L’uscita di Cameron, che fu comunque giudicata poco realistica, suscitò l’immediata reazione delle associazioni per i diritti civili.

Il punto è: a quanta libertà siamo disposti a rinunciare, in nome della sicurezza? Si pone inoltre un tema di regole. Chi è autorizzato ad accedere a certi dati? In quali circostanze? Secondo quali responsabilità? Il bellissimo rapporto #Intelligence, di Demos, fissa bene i termini concettuali della questione. Esiste un principio generale che non può essere violato: il rispetto dei diritti umani. Ed esistono tre principi operativi a esso associati, i quali dovrebbero guidare ogni intervento: la responsabilità (“accountability”), la proporzionalità (“proportionality”) e la necessità (“necessity”). In sostanza, dice David Omand nel rapporto:

Democratic legitimacy demands that, where new methods of intelligence gathering and use are to be introduced, they should be on a firm legal basis and rest on parliamentary and public understanding of what is involved, even if the operational details of the sources and methods used must sometimes remain secret.

Ecco i materiali presentati nel corso della lezione di oggi:

 

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