Quella del lettore, in un’epoca segnata dal trionfo dello spettacolo e governata dagli schermi degli smartphone, è una posizione «rivoluzionaria e antieroica». La riflessione del filosofo Andrea Tagliapietra e il grido d’allarme del neurologo Richard Cytowic.
Che cosa fa il lettore, oggi? Da due campi disciplinari che non potrebbero essere più distanti fra loro – quello della storia delle idee è quello delle neuroscienze – giungono nel giro di pochi mesi due libri che rimandano in fondo alla stessa questione: la qualità dell’attenzione. E, in modo più specifico, ai possibili destini dell’attenzione e dello sguardo nell’era della sovrabbondanza: una condizione che ci vede sempre meno capaci di leggere le cose, ma asserviti a una sterile quanto distratta forma di contemplazione.
Un gesto controcorrente
Il primo lavoro è il finissimo saggio di Andrea Tagliapietra Il lettore e lo spettatore. Filosofia di due metafore dell’esistenza (Roma, Donzelli, 2024), ultimo capitolo della trilogia inaugurata con I cani del tempo. Filosofia e icone della pazienza (ivi, 2022) è proseguita con La metafora dello specchio. Lineamenti per una storia simbolica dell’immagine (ivi, 2023; edizione accresciuta di un volume già uscito a Milano da Feltrinelli nel 1991 e poi a Torino da Bollati Boringhieri nel 2008). Tagliapietra ci invita a considerare lo spettatore e il lettore come metafore di due condizioni esistenziali separate, che rimandano a forme specifiche di immedesimazione, partecipazione e interpretazione.
La posizione del lettore è di assorbimento e solitudine. Il lettore si isola dell’esteriorità che lo circonda e si immerge nel silenzio, per coltivare l’attenzione. La sua è un’esperienza non immediata, fondata sull’esercizio introspettivo e sull’approfondimento. Questa dimensione segreta della lettura non ha nulla di antropologico. Semmai, essa si colloca al culmine di un percorso durato secoli, con la conquista della modernità. Ancora nell’antica Grecia la lettura era considerata con sospetto, proprio per il suo carattere non immediato (è un tema che sviluppo nell’ambito dell’insegnamento sulle pratiche di lettura all’Università di Pavia). Al contrario dell’esperienza dello spettatore, che invece è per sua natura non mediata e collettiva. Si pensi alla partecipazione del pubblico all’azione teatrale, rappresentata dalla figura vicaria del coro nella tragedia classica. Non a caso nella Grecia di Eschilo, Sofocle ed Euripide il teatro godeva di un prestigio non riconosciuto alla lettura.
Un nuovo tipo di spettatore
D’altra parte, suggerisce Tagliapietra, con l’Illuminismo si assiste alla nascita di un nuovo tipo di spettatore, prodromico a quello della società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord: uno spettatore disinteressato alle sorti del mondo, in grado tuttalpiù di commuoversi senza realmente compatire; soprattutto, incapace di soffermarsi sulle cose, vittima della fretta e della superficialità del proprio sguardo. Quella dello spettatore moderno è una contemplazione distaccata e distratta. Di più: la forza di attrazione dello spettacolo sta proprio nella distrazione che garantisce. Ma è allo stesso tempo una forza che si impone. È «l’imperativo del guardare a scapito di qualsiasi altra esperienza. Al limite, anche se non ci fosse niente da vedere» (p. VII).
Ecco che, nell’epoca del trionfo dello spettacolo, il lettore assume dunque il carattere di una figura resistenziale. Il libro di Tagliapietra, un filosofo che ama supportare le proprie argomentazioni facendo appello alle arti figurative, si apre con un significativo riferimento al dipinto People in the Sun di Edward Hopper (1960, Smithsonian American Art Museum, Washington DC). Il quadro ritrae cinque enigmatici personaggi: i primi quattro con lo sguardo rivolto al paesaggio, il quinto, momentaneamente sottratto al potere dello spettacolo, intento a leggere un misterioso documento che tiene fra le mani. Nel contrasto fra la postura degli uni è l’atteggiamento ostinato e antieroico dell’altro possiamo percepire la profonda differenza fra gli spettatori e il lettore.
Il lettore di Hopper mette in atto, nel minimalismo del suo gesto, una forma tattica di resistenza. Come già aveva intuito Michel de Certeau, il lettore – autentico cacciatore di frodo – si introduce abusivamente nel mondo dell’autore, turbandolo con le sue ipotesi controfattuali, le sue astuzie e i suoi piccoli giochi di spazi (L’invention du quotidien. I, in Arts de faire, Paris, Gallimard, 1979; trad. it. L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2023).

Travolti dagli schermi
Il secondo libro e di Richard E. Cytowic, neurologo noto fin dagli anni Ottanta per le sue ricerche sulla sinestesia. Il volume, uscito lo scorso anno negli Stati Uniti (Your Stone Age Brain in the Screen Age: Coping with Digital Distraction and Sensory Overload, Cambridge MA, The MIT Press, 2024), è ora disponibile in lingua italiana (Un cervello dell’età della pietra nell’era degli schermi. Affrontare distrazione e ansia senza farsi travolgere, Milano, Apogeo, 2025).
Anche in questo caso, dicevamo, il tema è la qualità dell’attenzione, esaminato alla luce delle conoscenze neurologiche di cui oggi disponiamo. La tesi, supportata dai più recenti studi sulla programmazione cerebrale, è che il nostro cervello sia particolarmente vulnerabile all’azione esercitata da smartphone e altri schermi sui meccanismi attentivi e, in definitiva, sul modo di pensare. Ciò dipende dal fatto che i processi biochimici alla base del funzionamento del cervello non sono cambiati rispetto a quelli naturalmente selezionati per la nostra sopravvivenza nell’età della pietra.
Attenzione, memoria e pensiero
In particolare, il nostro cervello – pur disponendo di una quantità finita di energia – non può fare a meno di notare qualsiasi cambiamento nelle condizioni prevalenti. Tale sforzo mentale ha un costo energetico. Il cervello è costretto a distribuire quella quantità finita di energia su un numero crescente di eventi (le cose che accadono sugli schermi) e dunque a sobbarcarsi un carico cognitivo sempre più difficile da gestire.
Ciò ha conseguenze misurabili empiricamente sul nostro livello di attenzione, sulla memoria e sulla capacità di pensare. Senza considerare gli effetti negativi su sonno, umore e concentrazione. Secondo Cytowic, gli schermi competono con il nostro naturale impulso a socializzare, tendendo a neutralizzarlo. Un fenomeno, questo, misurabile con tecniche di imaging biomedico come la risonanza magnetica funzionale (fMRI).
Il neurologo americano associa l’uso continuo degli schermi in età precoce alla crescita dell’autismo «virtuale», sempre più diffuso nei bambini fra i due e i cinque anni di età. Tali bambini mostrano difficoltà nel comprendere istruzioni semplici e possono reagire con immobilità o agitazione eccessiva. Talvolta scappano, rovesciano oggetti, non tollerano frustrazioni e manifestano comportamenti come urla, aggressività o gesti inappropriati. Possono fissare oggetti, giocare in modo ripetitivo e apparire indifferenti all’ambiente. Spesso non rispondono se chiamati, evitano l’interazione con i pari e hanno difficoltà nel linguaggio, utilizzando ecolalia o ripetendo le domande ricevute. Si tratta di una sintomatologia che scompare non appena i soggetti interrompono il tempo-schermo.
Quello di Cytowic per il fenomeno dell’autismo virtuale non è un grido d’allarme isolato. Dal 2010 la psicologa francese Anne-Lise Ducanda denuncia un’epidemia silenziosa:
Iperstimolazione e rimodellazione del cervello
Perché siamo vulnerabili all’esposizione agli schermi? Il punto è il sovraccarico di informazioni a cui essi ci sottopongono. Il cervello dispone di una quantità fissa di energia, solo in parte destinata al pensiero, alle sensazioni e alle decisioni. Imponendoci di spostare, concentrare e mantenere l’attenzione di continuo su cose che si susseguono con grande rapidità, gli schermi implicano un dispendio energetico enorme. Ma è anche la dimensione cinestetica dell’esperienza che contribuisce alla rimodellazione del cervello, nei dispositivi di tipo touchscreen. Il passaggio del dito sullo schermo riscrive la rappresentazione della mano nella corteccia sensoriale. Quest’ultima si adatta e si riduce, per diventare più efficiente. Tale rimodellazione del cervello può anche cambiare in modo permanente la psicologia e il temperamento dell’individuo.
Cytowic ci tiene a precisare di non essere un neoluddista ingenuo e assicura di non condividere visioni apocalittiche. Egli riconosce i vantaggi che la tecnologia digitale ci offre. Ma ritiene che debbano esserne valutati ugualmente i limiti, con senso critico e sulla base delle risultanze empiriche a suo avviso sempre più evidenti. Opportune contromisure possono essere adottate sia nel contesto educativo, per proteggere i bambini e gli adolescenti in quanto soggetti particolarmente vulnerabili, sia nella vita di tutti i giorni da ciascuno di noi.
Il lettore e la biblioteca: un decalogo per resistere
In questo senso, ha un certo valore il manuale di resistenza che Cytowic ci offre nel penultimo capitolo del suo libro: un elenco di semplici cose che possiamo fare per proteggere la qualità dell’attenzione, come ripensare il consumo di Internet, giochi e media sullo schermo, sperimentare l’arte di non fare nulla e di mettere in pausa la vita per qualche minuto, immergerci più spesso nella natura, scrivere a mano anziché su una tastiera o alzare lo sguardo e osservare ciò che ci circonda.
Riaccendere il piacere della lettura è parte di questo viatico per la salute mentale. Una lettura – suggerisce sempre Cytowic – da praticare sui testi a stampa invece di una schermata alla volta e senza fare altro. E infine il richiamo al valore delle biblioteche, che merita di essere qui riportato integralmente: «Le biblioteche sono gratuite. Visitate la vostra per scoprire offerte sorprendenti nel vostro quartiere. Frequentare una biblioteca può cambiarvi in molti modi. Vi fa uscire di casa e vi allontana da abitudini profondamente radicate negli schermi. Una conversazione personale con un bibliotecario o una bibliotecaria può ricordarvi come ci si sente a stabilire un contatto visivo e a fare due chiacchiere. I bibliotecari sono una miniera di conoscenze» (p. 241).