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Identità conformi

La banalizzazione dell’identità online costituisce una delle derive più evidenti del cosiddetto Web 2.0. Ancora una volta è Geert Lovink a stimolare la nostra riflessione critica sull’argomento, cui è stata dedicata la lezione odierna del corso Le battaglie per il futuro di Internet. Facebook e gli altri social network ci propongono un modo standardizzato di esporci al mondo, perché fondato su una gamma di scelte limitata. Il ricorso a identità fittizie, complesse o sfumate è escluso non tanto per motivi di sicurezza, quanto perché non funzionale agli obiettivi di business degli operatori. Il bisogno di auto-promozione degli utenti è sfruttato a addomesticato dai social media, che favoriscono un appiattimento delle prospettive identitarie. Scrive Lovink: “Siamo spinti a presentarci come i migliori, i più veloci e i più efficienti […] Perfino su Facebook, tra gli ‘amici’, recitiamo come a teatro, impersonando noi stessi” (Ossessioni collettive. Critica dei social media, UBE, Milano, 2012). Si rafforza così la tendenza all’autoinganno, fondato sulla repressione o l’allontanamento delle riflessioni spiacevoli o negative.

Eppure in origine la cultura libertaria elettronica considerò con interesse le possibilità di elaborazione identitaria offerte dalla tecnologia. Il gioco delle identità fu visto come un esercizio di approfondimento del sé, una strada verso la migliore conoscenza delle proprie prerogative. Fra il 1982 e il 1983, quando ancora il Web non esisteva, su Compuserve si consumò una vicenda significativa, quella di AlexAndJoan: uno psicologo cinquantenne che finse per due anni di essere una donna e che offrì il proprio supporto terapeutico online sulla base di questo presupposto falso. Centinaia di altre donne si affidarono a lui (o dovremmo dire a lei?), rispecchiandosi nella sua sensibilità “femminile”. Attraverso il dialogo con questa figura, che si mostrava così disponibile all’ascolto, impararono a conoscersi meglio e a confrontarsi con il proprio dolore. Almeno fino a quando non scoprirono la reale identità di Alex.

Negli anni Novanta diversi approcci teorici e di ricerca erano concordi nel riconoscere il valore della identità molteplice associata all’esperienza online. Pensiamo all’idea di vagabondaggio ontologico profetizzata da Hakim Bey (pseudonimo di Peter L. Wilson) o alle personalità multiple di Allucquère Rosanne Stone. Anche la psicologa Sherry Turkle, che fra le prime si applicò allo studio dell’identità virtuale, riconobbe nel fake una risorsa terapeutica (Life on the Screen, 1996). Oggi lo scenario sembra radicalmente mutato. Le crociate per la sicurezza post 11 settembre e la logica del Web 2.0 hanno messo drasticamente in discussione questo approccio: “Se è vero – osserva sempre Lovink – che la differenza tra il reale e il virtuale va riducendosi, e che l’ambito offline e quello online vanno mescolandosi, ciò significa forse che su Internet non possiamo più far finta di impersonare qualcun altro?”

Di seguito il materiale presentato questa mattina:

 

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