Comunità virtuali, 25 anni dopo

Howard Rheingold

Per quanto giovane, la storia delle comunità virtuali ha già i suoi eroi e i sui miti fondativi. The Well, la rete sociale mediata da computer che si sviluppò nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso intorno a un gruppo di eclettici comunitari di San Francisco, è senz’altro uno di questi miti. The Well rappresenta per molti versi il modello archetipico delle comunità virtuali, al quale ancora oggi fare riferimento per mettere un po’ di ordine concettuale nel mondo della comunicazione in rete. Il senso di The Well fu trasfuso da uno dei protagonisti indiscussi di quella vicenda, Howard Rheingold, nel saggio The Virtual Community, edito la prima volta nel 1993 e poi ripubblicato per MIT Press nel 2000. L’opera, tradotta in italiano nel 1994 (Comunità virtuali, Sperling & Kupfer, Milano), è ancora oggi fondamentale per comprendere a quale specifica esperienza sociale si riferissero, con l’espressione ‘comunità virtuale’, i pionieri di Internet e dei sistemi di computer conferencing.Ed è tanto più significativa oggi, la lettura di Rheingold, nel momento in cui la pubblicistica del cosiddetto Web 2.0 è tutta un fiorire di reti sociali, comunità, cooperazione di massa e vie retoricheggiando. Il paradosso, in sostanza, sembra essere questo: la recente proliferazione di servizi che rendono agevoli forme di socializzazione virtuale (dall’instant messenger multimediale al wiki, dal blog alle forme di syndication dei contenuti), servizi fra l’altro accessibili non solo da personal computer ma da una pluralità di piattaforme, non si è accompagnata a una diffusione di esperienze di telematica sociale di base, come quella di The Well. D’altra parte, la sensazione di molti è che il Web 2.0 segni una fase di normalizzazione e controllo della Rete, in cui le implicazioni culturali e politiche più “eversive” dei media elettronici vengono piegate alla logica del business. Nella network society – osservano in molti – è oggi in corso una lotta per il potere fra chi opera per la privatizzazione dello spazio elettronico e chi ricerca opportunità di espressione in una rete pubblica, aperta e fra pari.

La comunità virtuale di cui ci parla Howard Rheingold, dunque, ha qualcosa di eroico. The Well si sviluppò introrno alla tecnologia del bulletin board system (BBS), ovvero il sistema a bacheca antesignano nei forum e dei blog, che permetteva lo scambio di messaggi di varia natura fra computer ed era alla base dei gruppi di discussione collettiva in ambito accademico, politico e culturale. I BBS furono i laboratori di sperimentazione delle controculture digitali degli anni ’80. Rheingold li definisce “una tecnologia democratica e ‘democratizzante’ per eccellenza”. E aggiunge: “A un prezzo inferiore a quello di un fucile, i BBS trasformano un cittadino qualsiasi in editore, reporter di testimonianze oculari, difensore, organizzatore, studente o insegnante e potenziale partecipante a un dibattito mondiale tra cittadini […]. I BBS crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. Tutte le interreti ad alta velocità finanziate dai governi del mondo potrebbero sparire domani e la comunità delle bacheche elettroniche continuerebbe a crescere rigogliosamente.”

The Well nacque nel 1985 come emanazione telematica della rivista “Whole Heart Review”, espressione dei gusti e delle idee della California post-hippy. Il BBS di Rheingold e soci divenne in breve tempo uno dei templi della controcultura digitale di allora, punto di riferimento per ogni discorso sulla libertà di espressione nel cyberspazio. Da notare che l’esperienza di The Well non mancò di provocare la reazione, non sempre composta, delle autorità americane. Famosa è l’operazione SunDevil, condotta dalle forze di polizia e dai servizi segreti USA nel 1990, che portò all’arresto di numerosi attivisti digitali – successivamente scagionati – e al sequestro di decine di migliaia fra personal computer e unità di memoria.

Che cos’è dunque una comunità virtuale? L’analisi di Rheingold ha ormai venticinque anni e risale a un’epoca in cui certe evoluzioni di Internet non erano neppure sospettabili: eppure resta per molti versi l’analisi più chiara e completa di cui disponiamo. L’aspetto su cui, in particolare, vale ancora oggi la pena di porre l’accento è la specificità del virtuale e in particolare della comunicazione mediata da computer. Rheingold è stato fra i primi a capire che il funzionamento di una comunità virtuale va indagato a partire dalle peculiarità del nuovo medium. Quando due o più individui comunicano attraverso la mediazione di computer – osserva Rheingold – si registrano al tempo stesso una perdita e un guadagno, rispetto alla comunicazione cosiddetta in presenza o senza mediazione (Rheingold talvolta parla di comunicazione IRL, ovvero in real life). È su questa perdita e su questo guadagno che occorre riflettere, se si vogliono comprendere le dinamiche che regolano le esperienze sociali in rete.

Fra i numerosi aspetti messi in luce da Rheingold, ci si limita qui a evidenziarne tre. Il primo riguarda la capacità di mettere a fuoco interessi comuni all’interno di un gruppo di individui. Il guadagno principale della comunità virtuale, secondo Rheingold, consiste nell’abbattimento delle barriere socio-culturali: parlare attraverso computer ci aiuta a ridurre la distanza comunicativa e quindi agevola la condivisione di interessi comuni. Nella comunità fisica, viceversa, è più probabile che gli interessi comuni subiscano il peso delle distanze sociali e culturali. In altri termini, una comunità virtuale valorizza ciò che in comune hanni i suoi membri e relega sullo sfondo ciò che li differenzia.

Il secondo aspetto che, nella riflessione di Rheingold, vale la pena di sottolienare è quello della scala. L’idea è che certi fenomeni sociali si realizzino solo a condizione che una determinata massa critica venga raggiunta. Una discussione fra dieci o cento individui è cosa diversa, nelle sue dinamiche e nei suoi esiti, rispetto a una discussione fra centinaia di migliaia di individui. Ancora una volta l’aspetto che Rheingold evidenzia è la funzione non solo abilitante, ma si direbbe costituente delle reti telematiche (del resto è stato autorevolmente detto che il mezzo è il messaggio). Le comunità virtuali sono come sono perché includono un numero elevatissimo di individui che comunicano fra loro. Un po’ come dire che, se il numero non è così elevato e se gli individui non comunicano, non è sufficiente avere creato un blog per essere in presenza di una comunità virtuale. Lezione, questa, sulla quale molti frettolosi teorici del Web 2.0 dovrebbero riflettere oggi.

Infine, comunque si voglia intendere l’espressione ‘virtuale’ (contrapposta non tanto a ‘reale’, quanto a ‘fisico, materiale’), Rheingold suggerisce come una vera comunità virtuale abbia comunque un suo genius loci, ovvero un focus geograficamente situato. Non vi è dubbio, ad esempio, che nell’esperienza di The Well si sia rispecchiata una certa controcultura dell’area della Baia di San Francisco, in California. E anche questo dovrebbe costituire elemento di riflessione per chi oggi ritiene, un po’ troppo semplicisticamente, che una comunità online si possa basare sulla più assoluta aterritorialità.

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