Web 2.0 al capolinea

Scrive Geert Lovink: “La saga dell’effimero Web 2.0 è giunta al capolinea. Improvvisamente l’ammucchiata partecipativa si ritrova in una situazione tesa e conflittuale.” (Ossessioni collettive. Critica dei social media, Milano, UBE, 2012). Credo che la conflittualità cui Lovink allude non possa che fare bene al futuro di Internet. La cortina ideologica che ha ammantato il cosiddetto Web 2.0 fino a oggi ci ha impedito di riconoscere gli interessi in campo e le motivazioni alla base dell’attuale deriva della Rete. L’estrazione del valore aggiunto insito nella comunicazione degli utenti rischia di determinare una forma di dominio anche più subdola di quelle tradizionali.

Ne abbiamo parlato nell’ambito del corso sulle Battaglie per il futuro di Internet. La lezione di oggi e quella di lunedì prossimo vogliono tracciare le coordinate delle principali correnti critiche del Web 2.0. Vi è una prima lettura di tipo cognitivista, anche se a portarla avanti non sono necessariamente neuroscienziati o psicologi. L’assunto è che – come direbbe Derrick De Kerckhove – quelle della Rete sono psicotecnologie. Esse esercitano effetti permanenti sulle nostre capacità mentali e sui nostri processi cognitivi. Nicholas Carr, per esempio, insiste sull’impatto nefasto del multitasking (The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, 2010), mentre Maryanne Wolf studia la perdita della capacità di “lettura profonda” online (Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain, 2007). Accenti analoghi si rintracciano nel dossier How is the Internet changing the way you think, pubblicato da Edge.org nel 2010. Ho già avuto modo di osservare che tali letture non sembrano supportate a sufficienza sul piano empirico (si veda il mio post Che cosa fa Internet alla mente, del 22 luglio 2010), anche se qualche studio a riguardo comincia a essere pubblicato. Continua a stimolarmi di più l’approccio mediattivista, che scommette sulla capacità di fare usi alternativi degli stessi media. Per questo è importante entrare nel merito degli algoritmi su cui si basa l’attuale configurazione concettuale della Rete. Mi interessano in questo senso le riflessioni di Jason Lanier, il quale critica il paradigma della “saggezza della folla” (You Are Not a Gadget, 2010), di Andrew Keen, che evidenzia la povertà culturale dell’esperienza “social”, governata dall’ignoranza e dall’egoismo (The Cult of the Amateur, 2007) o di Eli Pariser, che mette in discussione il paradigma della personalizzazione dell’esperienza (The Filter Bubble. What the Internet is Hiding from You, 2011). Una rapida occhiata  – immagine sotto – al coefficiente di correlazione di Spearman calcolato nel 2012 per Google Rank da Searchenginebrief.com aiuta a capire come quella della massa si configuri come vera e propria dittatura cognitiva, al punto da neutralizzare la qualità intrinseca di un contenuto:

Google Page Rank Spearman Correlation

Di Carr recupero poi tutta l’analisi sulla colonizzazione del tempo reale da parte del Web 2.0. Nel real-time Web il valore non è più definito dall’accumulo di esperienza, dalla profondità e dalla storicizzazione ma viene ricalcolato istante per istante. Come avviene nella piattaforma di Twitter, la memoria si svuota e si ripulisce ogni pochi giorni: la lezione del passato non serve più. Stimolante il post di Il post di Carr The free arts and the servile arts (22 febbraio 2009), che mette in scena un emblematico mash up fra passato e presente. Si accostano l’opinione di Steve Gillmor sui servizi di messaggistica real-time (“the new crack”) e la descrizione delle arti liberali del XII secolo. Il confronto illumina sul problema della compressione del tempo: senza approfondimento, pausa e meditazione, la conoscenza è a rischio?

Di seguito i materiali discussi durante la lezione di oggi (in parte saranno ripresi lunedì prossimo):

 

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