NSA-Edward-Snowden

Privacy, docili con Google e Obama

I cittadini USA difendono la privacy, o la svendono? La domanda non è peregrina. Se consideriamo i risultati di numerosi sondaggi condotti nei mesi scorsi, rimaniamo colpiti da un dato di fondo: le rivelazioni dell’ex impiegato della CIA e della NSA Edward Snowden a proposito del programma di sorveglianza Prism non hanno provocato una reazione indignata presso la maggioranza dell’opinione pubblica americana. Semmai i cittadini USA appaiono divisi. Secondo quanto emerso dal sondaggio di Pew Reserch Center / USA Today Public Split over Impact of NSA Leak, But Most Want Snowden Prosecuted, per esempio, in giugno il 48% degli americani approvava l’iniziativa del governo di registrare i dati delle telefonate e delle comunicazioni via Internet per prevenire attentati terroristici, mentre il 47% era di parere contrario. È bene ricordare che il pericolo di tali attentati è stato alquanto ingigantito dall’amministrazione americana per giustificare il programma di sorveglianza, come ha ammesso lo stesso direttore della NSA, Keith Alexander, durante un’audizione in Senato del mese scorso. Si veda in proposito la nota di Natasha Lennard, NSA director admits to misleading public on terror plots (“Salon”, 2 ottobre 2013). Naturalmente la percentuale dei favorevoli era più alta fra gli elettori democratici (58%) e più bassa fra quelli repubblicani (45%) e fra gli indipendenti (42%). D’altra parte, quasi due terzi del campione intervistato ha dichiarato di vivere come una violazione l’idea che i dati relativi alle proprie comunicazioni siano stati registrati. Il 53% degli intervistati, poi, si è detto convinto che Prism sia stato efficace rispetto allo scopo, contro il 41% degli scettici. Una frattura analoga, nell’opinione pubblica USA, si registrava a giugno riguardo al giudizio sull’operato di Edward Snowden. Il 49% degli americani si è detto convinto che Snowden abbia difeso l’interesse pubblico, mentre per il 44% degli intervistati il suo comportamento lo ha danneggiato. Da notare che la percentuale di americani pro-Snowden cresce in misura significativa fra i più giovani, toccando il 60%.

Gli altri sondaggi realizzati nello stesso periodo hanno dato risultati simili. Si vedano quello pubblicato su “Gallup Politics” il 12 giugno (Americans Disapprove of Government Surveillance Programs), quello realizzato da Reuters/Ipsos (More Americans see man who leaked NSA secrets as ‘patriot’ than traitor, 13 giugno 2013) e quello di “Time” (Support for Snowden—and His Prosecution, 13 giugno 2013).

Peraltro quelle che sono state definite come le “clamorose rivelazioni” di Snowden non fanno che confermare fatti già conosciuti. Basterebbe andarsi a rivedere le inchieste pubblicate dal “Washington Post” nel 2010 nell’ambito del progetto Top Secret America, in particolare il lungo e documentato articolo A hidden world, growing beyond control, del 9 luglio 2010.

Gli americani dunque non si stanno rivoltando contro il programma di sorveglianza della NSA, noto da almeno tre anni. La maggioranza dei cittadini USA, anzi, lo approva. E anche coloro che non lo approvano non reagiscono con la veemenza che ci si potrebbe attendere. Appaiono piuttosto docili. Da dove nasce questa docilità, questa relativa tolleranza nei confronti di uno scenario che dovrebbe suscitare un moto di indignazione di massa, in una società di forte cultura libertaria e individualista? Certamente il ribilanciamento fra libertà e sicurezza, che è uno dei portati più evidenti del mondo post 11 settembre, ha il suo peso. Tuttavia sospetto che anche altre cause abbiamo concorso a questo intorpidimento.

Formulo la seguente ipotesi: le forme di sorveglianza operate dalle internet companies, cui oggi la moltitudine si sottomette più che volentieri in vista di un beneficio percepito, hanno abbassato la soglia di tolleranza anche nei confronti delle pratiche di controllo statuali. D’altra parte le seconde non sarebbero possibili senza le prime, nel senso che non solo la collaborazione di Google, Facebook, Microsoft, Amazon ecc. è indispensabile alla NSA, essendo tali aziende “proprietarie” delle informazioni sui loro utenti, ma addirittura l’amministrazione USA si serve delle infrastrutture delle medesime aziende – in particolare di Amazon – per immagazzinare e analizzare i dati dei cittadini (si veda il contratto decennale da 600 milioni di dollari, stipulato dalla CIA nella primavera scorsa proprio con Amazon e invano contestato da IBM, per l’outsourcing dei propri sistemi).

Già Michel Foucault riconosceva due forme di sorveglianza: da un lato quella esercitata dal Leviatano nell’instaurarsi della relazione con il suddito, costruita su un fondamento di tipo disciplinare e repressivo (sorvegliare e punire, appunto, secondo la nota formula del filosofo francese); dall’altro quella che si genera nel rapporto fra i soggetti che producono/vendono e quelli che consumano. Foucault identificava nella seconda il vero problema, in quanto si tratta di una sorveglianza edificata sulla sua desiderabilità. La razionalizzazione dell’offerta produttiva si basa su questa formula: “quante più informazioni sul tuo conto potrò elaborare, tanto più gratificante risulterà la tua esperienza di consumo”. Il marketing serve a questo: ad alimentare il desiderio dell’esperienza e a fare percepire lo scambio sottostante – esperienza vs informazioni – come conveniente.

Le piattaforme che sostengono la nostra esperienza online vivono su questo scambio, il quale è fondato su una asimmetria di potere raramente colta dagli utenti. Parliamo di asimmetria nel senso che l’accesso alle risorse informative e il loro controllo non sono equamente distribuiti. È importante osservare che tali risorse sono gestite secondo una logica privatistica: sottoscrivendo le condizioni di utilizzo di Facebook, Google o Twitter, gli utenti trasferiscono alcuni diritti di proprietà alle società fornitrici dei servizi online. Il trasferimento è possibile proprio in quanto, in origine, viene sancita la titolarità di tale diritto da parte dell’individuo. Se non godesse del titolo, infatti, l’utente non potrebbe cederlo. E se le informazioni degli utenti fossero pubbliche, la loro capitalizzazione da parte di alcuni oligopolisti non sarebbe possibile.

Da questo punto di vista, con l’avvento di Internet siamo entrati in una fase avanzata del paradosso della privacy, come Mark Andrejevic evidenziava già nel 2002: l’affermazione del diritto alla privacy – dal latino privatus, “separato dal resto” – favorisce le diverse forme di sfruttamento dei dati personali alle quali formalmente si oppone (The Work of Being Watched: Interactive Media and the Exploitation of Self-Disclosure, “Critical Studies in Media Communication”, 19, 2, giugno 2002, 230–248). Perché ipotizzo un nesso fra le nuove forme di sorveglianza interattiva agita a fini commerciali e l’abbassamento della soglia di allarme per la sorveglianza securitaria dello stato? Perché – come osserva ancora Andrejevic – lo sfruttamento del “lavoro di essere osservati” presuppone l’accettazione pubblica di determinati meccanismi di sorveglianza digitale. Accettazione tutt’altro che scontata solo dieci anni fa:

The exploitation of the labor of being watched is thus crucially reliant upon public acceptance of the penetration of digital surveillance into the realm of “free” time. […] This acceptance may not be immediately forthcoming.

Ecco dunque che il marketing dei nuovi servizi online, nel momento in cui rende desiderabile il lavoro di self-disclosure dell’utente, predispone il terreno a quella accettazione.

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