Perdere la Cina, salvare il cloud?

Da due giorni si discute molto della possibilità che Google cessi le proprie operazioni in Cina, a causa delle condizioni ambientali sempre meno favorevoli che si vanno creando in quel paese. Potrebbe essere un bluff, oppure un modo per avviare una trattativa con le autorità di Pechino: trattativa destinata a concludersi con un compromesso. Ma la maggior parte dei commentatori ci crede. I più definiscono limpida e coraggiosa la scelta di Google: una scelta in difesa della libertà di espressione e contro la censura. C’è chi ha parlato di “svolta etica” (Massimo Gaggi, sul Corriere della Sera di oggi). La mia chiave di lettura è diversa. A mio parere la società di Mountain View non sta difendendo la libertà, ma il proprio business. E ha tutto il diritto di farlo, ovviamente, soprattutto perché utilizza strumenti leciti e onorevoli. Ma occorre capire che la posta in gioco non è la quota di mercato di Google in Cina, come sostiene chi fa notare che Google sta perdendo soldi nella competizione con Baidu. In discussione c’è molto di più: c’è il modello stesso di Google, ovvero il cloud computing.

Quasi tutto il mondo ha salutato con soddisfazione la mossa di Google. Scrive Jeremy Goldkorn in un commento sul Guardian:

I can’t recall a single case of a major international company with operations in China taking a stand like this. As someone who agreed with Google’s reasoning when it entered China, I also support this move. If it cannot operate here in accordance with its global standards, it should leave […] I’d rather be outside the wall and free than inside it with the icy hand of the censor around my throat.

Aggiunge Xiao Qiang, in un altro commento sempre sul Guardian:

By standing up to the Chinese censorship regime, Google has won the respect and admiration of millions of Chinese netizens, myself included.

Più cauta Rebecca MacKinnon, che considero l’osservatrice più attenta di quanto accade nel ciberspazio cinese e che pubblica un post nel suo blog RConversation:

Google’s decision is clearly controversial even among those in China who spend a lot of time fighting censorship, and is devastating to many more who aren’t in the habit of using circumvention tools or don’t know how […] Still, based on what I know, I think Google has done the right thing. They are sending a very public message – which people in China are hearing – that the Chinese government’s approach to Internet regulation is unacceptable and poisonous.

Com’è noto, Google denuncia i reiterati attacchi telematici originati dalla stessa Cina, di cui diversi utenti di Gmail sono stati vittime negli ultimi tempi. Tali attacchi (definiti “highly sophisticated and targeted”) hanno riguardato gli account di attivisti cinesi impegnati sul fronte dei diritti civili. In un paio di casi sembra che i tentativi di intrusione siano andati a buon fine e che i profili degli utenti – se non i contenuti delle e-mail – siano stati violati. Sarà un caso, ma in queste stesse ore Google è impegnata a rivedere alcuni standard che riguardano la sicurezza dei dati dei propri utenti. Dal 12 gennaio l’accesso a Gmail tramite protocollo HTTPS non è più un’opzione, ma uno standard.

Per approfondimenti sulle strategie di warfare applicate per violare i sistemi di Google suggerisco la lettura del documento Capability of the People’s Republic of China to Conduct Cyber Warfare and Computer Network Exploitation, redatto dalla US-China Economic and Security Review Commission. Utili anche il post di Nart Villeneuve (che si definisce “Internet censorship explorer”) sull’omonimo blog e un ulteriore post dell’utente Wzyboy su China Hush. In sostanza ciò che appare evidente è la vulnerabilità di Gmail. Attenzione: non sto affermando che Gmail sia più vulnerabile di altri sistemi nei confronti di attacchi su larga scala. A mio parere, anzi, lo è meno, come ha ben dimostrato la vicenda di GhostNet circa un anno fa. Il punto è che c’è un problema di credibilità, la quale è fatta di aspettative non tradite e di reputazione guadagnata giorno dopo giorno. Google deve dimostrare di essere in grado di garantire la sicurezza delle informazioni che le vengono affidate dagli utenti. In caso, contrario, rischia di incrinarsi il rapporto di fiducia che è alla base del successo di un modello fin qui vincente. Lo dice uno che ha sposato il cloud computing con entusiasmo, ha spento Outlook da tempo, affida la propria posta alla nuvola digitale di Big G e non ha alcuna intenzione di tornare indietro.

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