Intercettazioni e liberi blog

Ieri sera, a Roma e nelle altre città italiane in cui si è manifestato contro il DDL sulle intercettazioni (testo base ed ementamenti disponibili qui), abbondavano i cartelli con la scritta “Giù le mani dai blog”. Sempre ieri la Finlandia – primo paese al mondo – ha stabilito per legge che l’accesso a Internet con una connessione a banda larga (almeno 1Mbps) rientra fra i diritti universali e quindi deve essere garantito a tutti i cittadini. Suvi Linden, il ministro delle Comunicazioni finlandese, ha spiegato il senso del provvedimento in questi termini:

We considered the role of the Internet in Finns everyday life. Internet services are no longer just for entertainment. Finland has worked hard to develop an information society and a couple of years ago we realized not everyone had access.

Che relazione esiste fra le due notizie? Entrambe ci parlano del fatto che Internet può abilitare una forma nuova di sfera pubblica e quindi diventa non solo medium ma anche oggetto di battaglie di libertà. La prima è la libertà di accedere alla Rete stessa e ai suoi contenuti, una libertà oggi non a tutti garantita (senza broadband, l’esperienza di Internet è menomata). La seconda è la libertà di informazione: la nuova sfera pubblica funziona solo se è popolata da cittadini criticamente informati. Circostanza che certe ipotesi normative rischiano di rendere più difficile da perseguire. Liberi blog in libera Rete, dunque.

Dico “liberi blog” – e non “libertà di blog” – nel senso che non alludo solo all’assenza di censure o interferenze (un tipo di libertà che Isaiah Berlin definirebbe “negativa”). Mi riferisco a una qualità che ciascun blog può avere o meno, ovvero alla sua capacità di essere libero: da pregiudizi, luoghi comuni, conformismo e atteggiamenti servili. In Italia, faccio per dire, c’è più bisogno di stampa libera che di libertà di stampa.

Internet non ha, in sé, alcuna caratteristica positiva e si presta altrettanto bene a utilizzi differenti (si veda il mio post su Lo strano Web di Silvio). Anziché processi critici di apprendimento, può produrre consenso acritico. C’è una bella differenza fra la fiducia che tiene insieme una comunità di soggetti impegnati in un contesto conversazionale e quella che Stefano Rodotà ha chiamato una volta “trustful persuasion”. La prima è politica, la seconda è un gadget buono per il marketing.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’attivismo online? Direi che la principale è costituita dalla volontà di contrapporsi all’egemonia discorsiva e ideologica del potere. Ma questa volntà si dimostra spesso velleitaria. L’illusione della parola come liberazione, come atto di resistenza al potere, nasconde spesso la capacità del potere di stabilizzarsi. Lo fa notare già Michel Foucault nel 1976 in La volonté de savoir, osservando come l’aspirazione a sovvertire un discorso egemonico sia quanto meno problematica.

Per avere successo, l’attivismo online ha bisogno di risorse culturali. Soprattutto ha bisogno di creatività. Senza modelli culturali coerenti e senza un autentico impeto vitale, la blogosfera si riduce a un circuito autoreferenziale, come dimostra il caso italiano. Quando questi ingredienti sono presenti, viceversa, si crea il contesto adatto allo sviluppo del free speech e dell’apprendimento critico, anche laddove i vincoli esterni sono assai pesanti. L’esempio più emblematico di questo dinamismo è rappresentato dall’uso di Internet in Cina.

Consiglio la lettura di The Power of the Internet in China: Citizen Activism Online, un bel libro di Guobin Yang, professore associato della Columbia University di New York. Yang dimostra come in Cina la Rete sia teatro di un conflitto sempre più evidente fra controllo e creatività. L’attivismo online cinese si nutre di sovversione, la quale è fatta a propria volta di immagini, simboli, rituali e storie: un apparato retorico e di generi costruito attraverso l’intreccio di tradizioni locali e tendenze globali. La profanazione del potere su Internet si iscrive in un percorso culturale che può portare, anche in un paese come la Cina, a modificare i rapporti fra stato e cittadini:

Digital contention of all stripes holds power and author­ity in scorn. Nothing is sacred in cyberspace, where profanation prevails. And a spirit of profanation may be a necessary cultural condition for a more profound transformation of citizen-state relations.

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