In Russia la Rete è libera (per ora)

Ieri il “Wall Street Journal” ha presentato il noto blogger anticorruzione e attivista russo Alexei Navalny come “l’uomo più temuto da Putin” (Matthew Kaminsky, The Man Vladimir Putin Fears Most, WSJ, 02.03.2012). Ma qual è, al di là delle enfatizzazioni giornalistiche, il vero potere della blogosfera russa? E in quali condizioni si sviluppa il dibattito pubblico online nella società russa?

Alexsei Navalny
Alexei Navalny

I risultati dello studio sullo stato di Internet in Russia, pubblicato sempre ieri dal Berkman Center for Internet & Society dell’Università di Harvard, sono in questo senso di grande interesse. La ricerca (Exploring Russian Cyberspace: Digitally-Mediated Collective Action and the Networked Public Sphere) si basa su un lavoro di tre anni, condotto applicando differenti metodologie. Essa permette di evidenziare una serie di fatti non sempre scontati.

Il primo riguarda l’evoluzione della “networked public sphere” russa. La Rete si è affermata nell’ultimo biennio come spazio pubblico alternativo a quello dei media tradizionali, sui quali il Cremlino esercita, com’è noto, un controllo molto pesante. Tale spazio vive in condizioni di sostanziale libertà, anche se non si possono escludere per il futuro azioni tendenti a limitare i margini di di manovra dei cittadini digitali. Colpisce, in particolare, la relativa autonomia dei contenuti della sfera pubblica virtuale, rispetto all’agenda fissata dai media istituzionali. In questo senso la blogosfera russa costituisce una alternativa ai canali di informazioni governativi. C’è addirittura, in taluni casi, un tentativo di agire sull’agenda politica ufficiale, attraverso un processo bottom-up che parte proprio dalla Rete. D’altra parte la blogosfera russa appare parte di un ecosistema più ampio, nel quale un ruolo decisivo è giocato dai siti di condivisione dei contenuti degli utenti, come YouTube o Wikipedia. I cittadini russi interconnessi, che si concentrano nei grandi centri urbani, sono quindi sempre più attivi nella produzione e nella diffusione di contenuti che aggirano i tradizionali controlli messi in atto dal regime di Mosca.

E ciò porta a sottolineare un’altra funzione primaria svolta da Internet in Russia: quella di piattaforma a supporto dell’azione collettiva. Movimenti sociali e gruppi civici trovano nella Rete uno strumento formidabile per organizzare le proprie iniziative. La maggior parte di questi gruppi, peraltro, non dispone di strutture significative offline ed ha quindi caratteristiche sostanzialmente virtuali. Il che rappresenta in un certo senso un punto di forza, dal momento che li rende meno vulnerabili ai tentativi repressivi messi in atto dal governo.

Dallo studio del Berkman Center, infine, emerge un fatto che può sorprendere: non vi è prova, al momento, di pratiche di controllo sull’attività dei cittadini online, analoghe a quelle purtroppo diffuse in molti altri regimi autoritari. In particolare non risultano in atto meccanismi di filtering dei contenuti. Appare, semmai, il tentativo di contrastare la circolazione di messaggi antigovernativi attraverso il sostegno a gruppi di sostenitori, incaricati di ingaggiare il confronto con l’opposizione ed eventualmente di utilizzare un linguaggio intimidatorio. Peraltro tale strategia non si è fin qui rivelata vincente. I blog e i gruppi online filogovernativi godono di un’autorevolezza e di un riconoscimento assai modesto, in confronto a quelli dei principali movimenti di opposizione.

 

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