Copertine dei volumi di Georges Perec Die Maschine e La Machine

Perec: esplorare il potenziale della lingua e della letteratura, non dell’intelligenza artificiale

Esce finalmente la traduzione francese di Die Maschine di Georges Perec, a oltre mezzo secolo dalla trasmissione del radiodramma in tedesco. Testimonianza di un passaggio per certi versi profetico, per altri ingenuo. Dove la poetica nascente dell’OuLiPo si incontrava con la riflessione sul ruolo della cibernetica nella creazione artistica.

Nella primavera del 1967 George Perec intraprese un progetto autoriale di straordinario interesse, specie se riletto con gli occhi dei nostri tempi. Incoraggiato da Eugen Helmlé, traduttore delle sue opere più note in lingua tedesca, Perec avviò l’elaborazione di un testo in forma drammatica, in cui immaginava la possibilità, per una macchina, di decifrare i segreti di una composizione poetica.

Genesi e storia editoriale di Die Maschine

In breve tempo l’operazione si concretizzò in un radiodramma, che prevedeva il dialogo a quattro voci: un’unità di controllo, chiamata Erato, e tre processori. Il testo fu redatto in francese da Perec, ma tradotto in tedesco da Helmlé e registrato fra il 14 e il 16 aprile 1968, per poi andare in onda con il titolo Die Machine il 13 novembre 1968 sulle frequenze della Saarländischer Rundfunk, stazione radiofonica in quel periodo molto attenta alle nuove forme di drammaturgia sonora (l’audio, della durata di 48’19, si può ascoltare qui). Il ruoli erano interpretati dalle voci di Dagmar Altrichter, Olaf Quaiser, Heiner Schmidt e Alwin Michael Rueffer. Nel 1972 la pièce fu pubblicata, con il medesimo titolo, presso Reclam Verlag a Stoccarda.

Solo da pochi mesi Die Maschine è disponibile in francese, grazie alla traduzione di Valentin Decoppet (Paris, Le nouvelle Attila, 2025). Questo nuovo progetto editoriale riunisce nello stesso volume il testo del radiodramma di Perec (La Machine, pp. 17-82) e una sua riscrittura/attualizzazione, realizzata da Decoppet e Camille Bloomfield (La Machine mise à jour, pp. 101-171).

Lessico informatico e immaginario della macchina

Propongo qui alcune considerazioni sul progetto di Perec. Preciso che ho letto La Machine solo nella versione francese di Decoppet, dalla quale traggo tutte le citazioni che seguono. Considerando l’efficacia performativa esibita oggi dai modelli linguistici costruiti su reti neurali di tipo transformer (i cosiddetti LLM), è lecito chiedersi quanto di profetico ci fosse nello scenario immaginato da Perec e quanto, invece, risulti a questo punto ingenuo o comunque obsoleto.

A cominciare dalle scelte terminologiche. Nei suoi scambi epistolari con Helmlé, avviati nell’aprile 1967 per discutere il contorno del progetto, Perec non parla in un alcun caso di intelligenza artificiale (espressione mai usata), ma di una «machine èlectronique», definita altresì «computer, IBM, ordinateur» (Valentin Decoppet, Fabriquer La Machine, in La Machine, op. cit., pp. 9-15, 12). Vorremmo dire che non potremmo essergli più grati per questa circostanza. Anche se – c’è da credere – essa era il frutto delle consuetudini linguistiche del tempo, più che lo specchio di una presa di posizione ideologica.

In ogni caso, anche nel prologo de La Machine si fa riferimento a un «ordinateur» (La Machine, op. cit. p. 19), cui è affidato il compito di analizzare e scomporre in modo sistematico il Wenderers Nachtlied II (Über allen Gipfeln ist Ruh) di Johann Wolfgang von Goethe. Colloco qui sotto il testo originale del lied e la sua traduzione italiana di Benedetto Croce, ormai di pubblico dominio:

Über allen Gipfeln
Ist Ruh,
In allen Wipfeln
Spürest du
Kaum einen Hauch;
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur, balde
Ruhest du auch. 

Sopra tutte le vette
è pace;
sopra gli alberi un soffio
non senti tu;
nella selva si taccion gli uccelletti.
Aspetta un poco: presto
riposerai pur tu.

Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (1818).
Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (1818).

Programmi, processori e conoscenza

In particolare, Perec immagina che la macchina si componga di un insieme di programmi («programmes») e di un gruppo di processori («processeurs»). L’autore chiarisce che i programmi manifestano le abilità della macchina, ossia la sua capacità di comprendere il testo di Goethe in tutti i suoi aspetti e di effettuare le operazioni linguistiche necessarie a eseguire il compito richiesto. I processori, invece, integrano la conoscenza della macchina: il testo della poesia oggetto di analisi, i vocabolari delle lingue francese e tedesca, le relative grammatiche e una serie di alfabeti, oltre al corpus della letteratura mondiale. In aggiunta, la macchina è di un’unità logica («unité logique»), che determina l’esecuzione delle operazioni da parte dei programmi e ne verifica la correttezza.

L’uso che Perec fa del termine programma sembra dunque coerente con la sua accezione comune nel contesto dell’informatica: una sequenza ordinata di istruzioni, espresse in un linguaggio formale ed eseguibili dalla macchina senza ambiguità. In sostanza, il programma è la realizzazione concreta di un algoritmo. O, ancora, la traduzione di un compito in una forma computabile.

Più problematico è l’impiego, da parte di Perec, del termine processore. Sappiamo che con questa parola intendiamo  la componente hardware della macchina che interpreta ed esegue il programma. Siamo lontani dalla definizione che ne fornisce Perec. Inoltre, propriamente parlando, non si può affermare che una macchina disponga di una conoscenza, come invece sembra suggerire la suddetta definizione (anche se si tratta di una conoscenza «programmé»). Quella della macchina non è conoscenza in senso epistemico, ma rappresentazione simbolica formale priva di significato intrinseco.

La «base di conoscenza» degli LLM contemporanei

È vero che, nel contesto dell’intelligenza artificiale simbolica e subsimbolica, si parla spesso di base di conoscenza («knowledge base»). Tuttavia, si tratta sempre di una struttura di dati formalizzata, composta da fatti, regole e assiomi interpretabili solo entro un sistema formale. Non meno improprio è parlare di «conoscenza appresa», come si usa fare a proposito degli LLM. Un LLM non apprende conoscenza. Durante l’addestramento, esso riceve enormi quantità di testo, ottimizza una funzione obiettivo – la cosiddetta «next token prediction» – e modifica i pesi numerici della rete neurale in modo da ridurre l’errore statistico.

Quanto all’espressione unità logica, nell’ipotesi di Perec ci si riferisce all’unità che fornisce gli input alla macchina e verifica la correttezza dei suoi output. E, in particolare, sembra che lo scrittore francese alluda alla correttezza semantica e pragmatica, più che a quella formale. Il punto è che, in realtà, tale tipo di verifica non è svolto all’interno del sistema di calcolo, ma pertiene all’utente. È l’essere umano che pone le domande alla macchina. Ed è l’essere umano a stabilire in che misura l’output abbia senso rispetto a un obiettivo. Oggi si parla molto di «agenti», intesi come sistemi capaci di darsi in autonomia obiettivi, nonché di decidere, sempre in autonomia, sulla congruità dei risultati ottenuti. Tuttavia, anche in questo caso ci si riferisce a una verifica computazionale, non semantica, pragmatica e contestuale.

Antropomorfismo, contesto d’uso e ruolo dell’utente

In definitiva, lo scenario su cui Perec costruisce il suo gioco ha due difetti: non evita l’antropomorfismo e non rispetta la distinzione fra macchina e contesto d’uso. Nonostante ciò, la sua rappresentazione è in qualche modo profetica, dal momento che un LLM può oggi eseguire tutti i compiti («protocoles») ipotizzati dallo scrittore francese nel suo radiodramma: analisi statistica e fonetica (scomposizione del testo in unità minime e conteggio delle frequenze), sostituzione lessicale (applicazione di vincoli oulipiani, come il metodo S+7, per mutare il vocabolario originale), permutazione combinatoria (esplorazione di tutte le varianti sintattiche possibili rimescolando le parole di Goethe), espansione intertestuale (inserimento di frammenti di altri autori o stili per ibridare la voce di partenza), esplorazione «creativa» (generazione di nuove poesie autonome, nate dai resti dell’analisi precedente). A patto, naturalmente, di essere istruito e valutato da un utente.

L’attualizzazione di Bloomfield e Decoppet

Non a caso, nel loro La Machine mise à jour, Bloomfield e Decoppet si incaricano di replicare la medesima situazione immaginaria, ma sostituiscono i tre processori di Perec con tre «intelligences artificielles», che chiamano Poly, Turing e E-zy (ivi, p. 102). Cambia dunque l’immaginario informatico: dalla macchina all’intelligenza artificiale. Ci sono poi altre differenze. I due sostituiscono il celebre Wenderers Nachtlied di Goethe con la non meno famosa Chanson d’automne di Paul Verlaine. Poi modificano alcune delle operazioni previste da Perec, oltre a inserire riferimenti al contesto culturale, politico e sociale di oggi.

Ciò che accomuna i due esperimenti è il loro senso complessivo: in entrambi i casi si tratta di un’operazione autoriale, che non ha lo scopo di esplorare le capacità della macchina, ma le potenzialità del fare letterario e della lingua («la langue elle-même doit devenire l’actrice principale de la pièce» specificava Helmlé, comunicando a Perec le aspettative della committenza radiofonica (ivi, p. 11). Poly, Turing e E-zy sono tre personaggi fittizi che simulano il comportamento degli LLM (anche se, certo, potremmo sostituirli con GPT, Gemini e Claude e vedere l’effetto che fa). L’operazione è del tutto coerente con la poetica oulipiana, neppure troppo nascosta nelle pieghe dell’operazione.

Così come è coerente con l’ispirazione borgesiana richiamata dallo stesso Perec. Il quale, in una lettera a Helmlé del luglio 1967, fa esplicito riferimento al maestro argentino quando enuncia l’obiettivo letterario della pièce: interrogarsi sulla possibilità che la Macchina – con l’iniziale maiuscola – disponga di una propria coscienza, dica «io» a ragion veduta e possegga in qualche modo un certo senso dell’umorismo e una certa dose di libertà rispetto al modo di rispondere alle questioni che le si pongono (ivi, p. 12). Che poi, nel corso di tale esplorazione, si finiscano per scoprire curiose corrispondenze fra il lavorio dello scrittore e il calcolo della macchina, questo è un altro – non meno interessante – discorso.