Il Museo dell'Innocenza - Masumiyet Müzesi

Perché le città si dimenticano di sé stesse?

A proposito di musei, archivi e biblioteche, e del loro ruolo nella macchina che nutre la memoria civica. Forse, come suggerisce Orhan Pamuk, ci servono spazi che raccontino le storie degli individui, più che l’epica di un popolo: non depositi di valori consacrati, ma luoghi di possibilità. 

Inauguro, con questa, una serie di riflessioni che si annodano intorno all’idea di fare della Biblioteca di Rozzano un luogo di attraversamento e narrazione di storie. La prospettiva è maturata nell’ambito della candidatura di Rozzano – che ritiene giunto il momento di scrollarsi di dosso la reputazione di area periferica milanese con problemi di criminalità, spaccio di droga e degrado – a Capitale Italiana della Cultura 2028 (ne parlo qui). Ma in fondo si tratta di una visione già insita nelle tante operazioni portate avanti dalla Biblioteca, anche per merito di persone audaci e generose come Giuseppe Bartorilla.

Dalla periferia di Milano ci dobbiamo spostare in una zona centrale di Istanbul, città dalla quale mancavo da molti anni e in cui sono tornato di recente. Perché a Istanbul sono finalmente riuscito, il primo giorno del 2026, a visitare il Museo dell’Innocenza (Masumiyet Müzesi). Com’è noto, si tratta di un’operazione concepita dal romanziere turco Orhan Pamuk come prosecuzione ideale del suo romanzo Masumiyet Müzesi (Istanbul, İletişim Yayınları, 2008; trad. it.: Il museo dell’innocenza, a cura di Barbara La Rosa Salim, Torino, Einaudi, 2009).

A chi desidera approfondire il senso del progetto espositivo-ricognitivo di Pamuk, raccomando il volume pubblicato dallo stesso Pamuk con il titolo Şeylerin Masumiyeti, (Istanbul, İletişim Yayıncılık, 2012; trad. it.: L’innocenza degli oggetti. Il museo dell’innocenza, Istanbul, a cura di Barbara La Rosa Salim, Torino, Torino 2012). Così come segnalo la trascrizione del videomessaggio pronunciato dallo scrittore turco il 4 luglio 2016,in occasione della 24a Conferenza Generale dei Musei organizzata a Milano dall’International Council of Museums (ICOM).

Çukurcuma, Füsun e la città perduta

Il Museo dell’Innocenza si trova nel quartiere di Çukurcuma, luogo simbolico e strutturante del romanzo. Nella finzione narrativa dell’opera, Pamuk colloca la casa di Füsun – cugina di secondo grado e oggetto del desiderio del protagonista maschile, Kemal – proprio a Çukurcuma.

Il nome evoca atmosfere ottomane e ha un sapore antico (potremmo tradurlo «Conca del venerdì»). Tuttavia oggi il semt di Çukurcuma, parte integrante del distretto di Beyoğlu, è ampiamente gentrificato, come molti altri della metropoli turca. È tutto un fiorire di locali alla moda, gallerie d’arte, librerie che sembrano sale da tè e sale da tè che sembrano librerie. Niente di sorprendente, ma un bel contrappeso per il lavoro di Pamuk, il quale si presenta come una disamina rigorosa delle condizioni che salvano la memoria di una città. Condizioni psicologiche, ma anche antropologiche e urbanistiche. Oltre che, ovviamente, letterarie.

Il Museo dell'Innocenza - Masumiyet Müzesi

Diciamo che l’innocenza evocata dal titolo del romanzo si incarna nel personaggio di Füsun tre volte: la prima, con riguardo alla dimensione erotica della relazione segreta fra Füsun e Kemal; la seconda, riferita all’ingenuità di rango della stessa Füsun, appartenente a una classe media e periferica, ben distante dall’élite cosmopolita della famiglia di Kemal (radicata a Nişantaşı, l’altro quartiere simbolo del romanzo); la terza, infine, di tipo temporale e relativa a un passato irripetibile. La perdita di Füsun cristallizza tutte queste forme di ingenuità, bloccandole nel ricordo ossessivo di Kemal e nella sua materializzazione: il museo. Il quale è anche un museo sulla città. Perché Istanbul – una Istanbul che non c’è più – è il terzo personaggio del romanzo.

Ricordare come fatica: il museo in minuscolo

Insieme ad Austerlitz, capolavoro di Winfried Sebald (2001; trad. it. a cura di Ada Vigliani, Milano, Adelphi, 2002), Il museo dell’innocenza mi sembra una delle indagini più straordinarie sulla fatica e sul dolore di ricordare. Proprio come le innumerevoli fotografie inserite da Sebald nel suo romanzo, la camera delle meraviglie allestita a Çukurcuma da Pamuk – scrittore da sempre interessato alla funzione mnestica della fotografia – vuole agire come catalizzatore della memoria.

La Wunderkammer non ha un valore documentaristico, ma rimarca semmai la sostanziale differenza fra la memoria come istituzione, degna di un Museo con l’iniziale maiuscola, e la memoria come espressione di un percorso personale di natura prima di tutto psicologica. È un itinerario che muove dall’illusione dell’evidenza, la quale si volge inesorabilmente nel suo opposto: assenza, sparizione, coscienza dell’irrecuperabile. Il museo (con l’iniziale minuscola) è uno spazio espositivo che, invece di contenere e preservare, esibisce la fatica di un processo personale inesausto e incompiuto.

Istanbul, città fantasma

Che cosa resta, della Istanbul che Pamuk si sforza di ricordare? Che cosa resta di una città passata in cinquant’anni da mezzo milione a 20 milioni di abitanti? Verrebbe da rispondere: nulla. Aggirarsi per le strade di Cihangir, Çukurcuma e Nişantaşı può equivalere un’esperienza fantasmatica, alla ricerca di tracce che dovrebbero persistere ma che non si trovano. Una ricerca vana, dunque. E un po’ patetica, come lo è la nostalgia.

Çukurcuma

(A proposito di memoria: scrivo questi appunti sul volo che da Istanbul mi riporta a Milano, e improvvisamente mi accorgo che stiamo transitando sopra Srebrenica. È ancora Sebald a segnalarci che alle spalle della memoria c’è sempre un trauma, e ogni trauma comporta una rimozione.)

Città visibili, invisibili e ipervisibili

D’altra parte, ci sono città che, più di altre, sembrano propense a dimenticarsi di sé stesse. Nel senso che, cresciute per sovrapposizioni successive, giungono a produrre un disegno indecifrabile. Fino al punto – suggerisce Italo Calvino – di non riuscire più «a dare la loro forma ai desideri» attraverso gli anni e le mutazioni. Al contrario, accade che «i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati» (Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972).

Italo Calvino Görünmez Kentler

Ho ingaggiato tre amici, tutti fedeli lettori di Calvino, in un gioco a distanza. Il pretesto è la copertina dell’edizione turca delle Città (ovvero: Görünmez Kentler, trad. di Işıl Saatçioğlu, Istanbul, Remzi Kitabevi, 1990) adocchiata in una libreria della antica Rue de Péra (oggi Istiklal Caddesi). L’avevo fotografata nei giorni scorsi e recapitata ai tre, rievocando la stagione in cui ci dedicavamo con grande piacere agli esercizi di riscrittura su Twitter. Altri tempi!

Il primo a reagire è Iuri, il quale si domanda se Istanbul sia in effetti rubricabile fra le città «visibili». Gli rispondo che quella attuale mi pare una metropoli addirittura «ipervisibile». Il punto, semmai, è che si fa sempre più fatica a scorgere la sua stratigrafia, se non nelle rappresentazioni usa-e-getta concepite per le orde distratte dei turisti.

Cancel culture

Un po’ dipende della globalizzazione, che appiattisce tutto e fabbrica non-luoghi funzionali al loisir (succede nel quartiere di Nişantaşı, ormai copia sbiadita dell’Upper East Side di Manhattan), un po’ è la conseguenza dalla turchizzazione di stampo nazionalista, promossa negli anni Cinquanta dai solerti epigoni di Mustafa Kemal Atatürk ai danni delle minoranze greco-ortodossa ed ebraica (è il caso della zona di Beyoğlu), un po’ rispecchia le conseguenze della visione imposta negli ultimi tempi dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, cui è connaturata una sorta di cancel culture che smantella ogni traccia di laicismo per fare strada a moschee e scuole coraniche (succede nel distretto di Fatih).

Laudomia, la neve e le fotografie

A Edoardo viene in mente ancora Calvino: «Ogni città, come Laudomia, ha al suo fianco un’altra città i cui abitanti si chiamano con gli stessi nomi: è la Laudomia dei morti, il cimitero. Ma la speciale dote di Laudomia è d’essere, oltre che doppia, tripla, cioè di comprendere una terza Laudomia che è quella dei non nati». E mi chiede a sua volta: « Quale città hai tu veduto, mentre sprofondavi con Giustiniano nella Cisterna Basilica, @paolocosta? Istanbul, Costantinopoli o Bisanzio?». Appunto.

Mi sposto da un quartiere all’altro, e non so se sto cercando la mia Laudomia, in effetti. Una Laudomia impossibile, oltre che invisibile. Intanto, raffiche di vento provenienti dal mare rendono il freddo sempre più pungente. Il tempo sembra volgere al peggio, per cui decido di prendere un taxi. Ovviamente la vettura procede a singhiozzo, nel traffico impazzito di Istanbul (la metropoli più congestionata al mondo, secondo l’INRIX Global Traffic Scorecard).

Mentre guardo la città imbrunirsi nella notte, oltre i finestrini appannati del taxi, il telefono si illumina. È un messaggio di Pierluigi, che si è ricordato di un altro libro di Pamuk, autentico esercizio di archeologia sentimentale: «Nonostante nevicasse tre o quattro giorni ogni anno e la città rimanesse imbiancata una settimana o poco più, la neve coglieva sempre di sorpresa gli abitanti di Istanbul, che si trovavano impreparati quasi fosse la prima volta; come avveniva in tempi di guerra o di catastrofi, si formavano subito code davanti alle panetterie e, fatto ancor più importante, tutta la città si trovava riunita intorno allo stesso argomento, la neve, in uno sforzo di condivisione. E siccome la città e i suoi abitanti, staccandosi completamente dal resto del mondo, si chiudevano in se stessi, Istanbul, nei giorni invernali di neve, mi pareva più deserta, più vicina ai suoi vecchi giorni di favola» (Resimli İstanbul. Hatıralar ve Şehir, Istanbul, Yapı Kredi Yayınları, 2003 e 2014; trad. it. Istanbul. I ricordi e le città, a cura di Şemsa Gezgin, Torino, Einaudi, 2008 e 2017).

«A parte queste fotografie»

Ed ecco che – circostanza neppure troppo sorprendente – comincia davvero a nevicare. È una neve bagnata e pesante, ma non priva del suo candore. Bravo, Pierluigi: l’avevi presagito. Il tassista avvia i tergicristalli della sua vecchia Fiat e prova a dirmi qualcosa a proposito delle strade e del tempo. Sarebbe anche un momento magico, se il tutto non fosse stemperato dal fatto che l’uomo, convinto di farmi felice, accende lo stereo dell’auto e mi impone vecchi brani di Al Bano e Romina Power, gridando «Italy!» in mezzo al traffico impazzito. Bisognerà che aggiunga anche questo, al mio museo dell’innocenza.

Se riconoscerò la mia Füsun, sarà nell’effige sfuocata di una fotografia trovata per avventura in un mercatino delle pulci, come quelle che Pamuk si mise a collezionare per anni. E l’interrogativo giusto, forse, e quello che il grande scrittore turco solleva nell’introduzione alla nuova edizione del suo Istanbul:

[…] mi domando perché nessuno si preoccupi di conservare questi scatti perché, nessuno, a parte coloro che collezionano fotografie di navi sul Bosforo, abbia voglia di guardarle. A volte, quando sono più abbattuto, penso che le persone che costruiscono e popolano una città siano tutte destinate, generazione dopo generazione, a morire e scomparire insieme gli edifici che hanno edificato senza lasciare traccia della loro passata esistenza, a parte queste fotografie.

Appunto: a parte queste fotografie.