Incanto narcisista

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Il Web 2.0 lavora su due pulsioni contrapposte: quella narcisista (la gratificazione del sé attraverso l’auto-divulgazione) e quella nichilista (l’annullamento del sé per irrilevanza). Ne abbiamo parlato questa mattina, a conclusione del ciclo di lezioni su Le battaglie per il futuro di Internet. Facebook ci esorta a mostrare il nostro volto, dentro uno schema standardizzato e semplificato, funzionale ai suoi obiettivi di business. Tre tipi di risposta sono teoricamente possibili: defezione, camouflage strategico o anonimato. A partire da questa consapevolezza può essere sviluppata una critica al Web 2.0 e alle sue dinamiche fondanti.

A lezione ci siamo concentrati in particolare sul tema della cultura dei commenti. La pratica di inserire commenti, cruciale per blog e forum, definisce l’esperienza stessa dei social network e di Twitter. La retorica 2.0 insiste sull’empowerment dell’individuo garantito dalle nuove piattaforme: non media gerarchici, ma intrinsecamente democratici, in grado di offrire pari opportunità di accesso e di ascolto a tutti gli utenti. In realtà quello delle conversazioni sui social network si configura come un sistema di diseguaglianze, fondato sullo squilibrio nella ripartizione dei commenti: essi si concentrano nella testa, perché ogni commento ne attrae altri.

Il fenomeno fu osservato già da Clay Shirky, nel post Power Laws, Weblogs, and Inequality (“Networks, Economics, and Culture” 2003). Shirky evidenziò tale ineguaglianza di distribuzione con riferimento ai commenti, nei blog, ma anche agli inbound link di tutti i siti. L’effetto della legge di potenza si accentua in misura direttamente proporzionale al numero di opzioni teoriche, ossia alla crescita della Rete. Il fondamento teorico della legge di potenza si deve a Albert-László Barabási, studioso delle reti a invarianza di scala (scale-free). In esse il grafico che esprime la relazione tra il numero di nodi e il numero delle loro connessioni è di tipo esponenziale negativo. Un nodo che stabilisce un nuovo collegamento, preferisce farlo verso un nodo che ne ha già molti, portando questi a una crescita esponenziale. Nella network analysis il rapporto fra la media delle connessioni di tutti i nodi di una rete e le connessioni di uno specifico nodo è detto degrees. Nella retorica della Rete la misura di degrees equivale alla reputazione e corrisponde dunque a un dato meramente quantitativo. Non è vero che a un’elevata reputazione corrisponda necessariamente un’elevata qualità dell’informazione e dei contenuti. D’altronde anche il Google Page Rank (algoritmo che determina la graduatoria dei risultati di una ricerca) premia i contenuti con il numero maggiore di backlink. Non è dunque verificato su base empirica che la sfera pubblica del Web riduca le disuguaglianze fra chi ha più massa critica e chi ne ha meno. Gli attori dominanti della comunicazione online tendono semmai a rafforzare la propria posizione, mentre gli outsider fanno fatica ad affermarsi.

Ma com’è questa ermeneutica della massa, che si focalizza su pochi siti, pochi personaggi e pochi argomenti? Essa si manifesta in tutta la sua povertà e la sua puerilità. Scrive Geert Lovink in Ossessioni Collettive. Critica dei social media (Milano 2012) che le culture dei commenti di Internet d’inizio XXI secolo rivelano “un’ansia astile nel relazionarsi con le altre voci del vicinato”. Siamo spesso di fronte a una “valanga di commenti ripetitivi e casuali” e alla “riluttanza a raggiungere il consenso” o formulare una sintesi. Si tratta dunque secondo Lovink di rivitalizzare la cultura dei commenti, renderla matura e consapevole delle proprie possibilità.

Ecco il materiali discussi oggi a lezione:

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