Ancora sul Daily

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A integrazione di quanto ho scritto nel mio post di ieri (The Daily: sarà un successo?) segnalo altri autorevoli punti vista.

Tim Glanfield, di Beehivecity, dubita che un quotidiano solo su iPad rappresenti il futuro dei news media. Troppo pesanti le barriere all’accesso: a parte l’abbonamento, occorre mettere nel conto il costo del dispositivo e quello del traffico 3G. E comunque il Daily si annuncia come un prodotto troppo simile a un giornale tradizionale (si veda: The Daily: Is an iPad only newspaper really the future of media?, 23 nov. 2010).

Secondo Glanfield un altro limite del progetto Daily è costituito dal fatto che esso si ispira alla “paywall culture” dei giornali. Cosa che non incoraggia lo spirito di comunità fra i lettori:

People like to talk about things they’ve read in the news, whether that’s Somali pirates, the economy, a royal wedding or the X Factor.  The phrases, did you see the front page of The Sun, or have you read Charlie Brooker on x,y or z are not uncommon still in this age of bloggers and anything-goes multi-platformed web surfing.

Paywall culture significa oscurare il potenziale di un brand, laddove – viceversa – il buon vecchio Web lo valorizza.

Su Nymag.com, sito ufficiale del New York Magazine, Gabriel Sherman riflette sul target al quale il Daily sembra rivolgersi: un target fatto di lettori giovani e tecnologicamente competenti (ma non geek), poco propensi a schierarsi nel confronto fra destra e sinistra che sta spaccando il panorama dei media americani (si veda: Reading ‘The Daily’, 28 nov. 2010).

A proposito del possibile business case del Daily, poi, si possono vedere i numeri ipotizzati da Frédéric Filloux su Monday Note. Secondo Filloux una redazione di 100 persone non può costare più di 12-15 milioni all’anno (nel mio precedente post, a dire il vero, ipotizzavo un costo ben più alto; ma forse sono stato condizionato dagli standard italiani). Ogni utente dovrebbe fruttare 66 dollari all’anno per l’abbonamento (al netto della fee del 30% riconosciuta a Apple) e 10 ulteriori dollari per la pubblicità. Con un ARPU di 80 dollari, dunque, basterebbero 150.000 abbonati per arrivare a break-even (si veda: Key Success Factors for a tablet-only “paper”, 29 nov. 2010).

Anche Filloux, peraltro, evidenzia il limite del modello “chiuso”, che rende l’applicazione “autistica” rispetto al resto del Web:

Some will appreciate the coziness of a newspaper without parasitic external stimuli, other won’t accept to be cut-off from the social Babel.

L’analisi più approfondita – e non particolarmente generosa – che ho reperito è quella di Ryan Tate, su Gawker. A parte la critica al modello di delivery (“decidedly retro”) basato su un solo aggiornamento delle pagine al giorno e all’approccio “walled garden”, Tate reputa sbagliata la pretesa di fornire una copertura informativa generalista, che includerà cronaca, politica, sport e società: proprio come un giornale vecchio stile (si veda: Why the iPad Newspaper is Doomed, 24 nov. 2010).

D’altra parte, osserva ancora Tate, i precedenti tentativi di News Corp inducono a ritenere che il gruppo fatichi a calarsi nella logica di Internet. C’è lo sboom clamoroso di MySpace, acquistata da Murdoch per 580 milioni di dollari nel 2005. Ma c’è anche il passo falso compiuto con l’edizione online del Times di Londra, che ha perso il 97% del traffico da quando ha applicato la logica del “mai più gratis” (secondo Clay Shirky oggi il sito conta non più di 40.000 abbonati: The Times’ Paywall and Newsletter Economics, 8 nov. 2010). E c’è il caso di PageSix.com, lo sfortunato spinoff del New York Post (a propria volta definito come “one of the most persistently terrible websites in the business”).

Ma per Tate la domanda fondamentale è: l’obiettivo di mezzo milione di abbonati appare realistico? In tal senso non si può fare a meno di notare che la applicazione per iPad di Wired, la cui versione cartacea vanta una diffusione di 750.000 copie, dopo il picco del primo numero (100.000 utenti in giugno) si è attestata sotto i 30.000 download.

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