Elogio della velocità

Orologio di Greenwich

Voglio argomentare a favore della velocità. In breve la mia proposta è di considerare la velocità non come dato della contemporaneità (un dato da subire o da eludere con la fuga), ma come opportunità da costruire: esperienza di autodisciplina, di conoscenza del mondo e addirittura di ascesi. Ma prima devo sgomberare il terreno da alcuni equivoci sul tempo.

La velocità è, per molti versi, la cifra della nostra epoca. L’epoca dell’elettronica, intendo, le cui origini sono ben più antiche dell’avvento della email, della telefonia mobile o del cosiddetto Web 2.0. Già nel 1977 Paul Virilio fondò una disciplina ad hoc – la dromologia – per studiare alcuni fenomeni sociali dal punto di vista della velocità. Virilio, che vede le cose in chiave decisamente apocalittica, coglie in ogni caso un punto a mio avviso essenziale: l’approssimazione asintotica alla velocità assoluta, quella che divide il tempo in unità così piccole da annullarle, produce in noi un trauma. Quando la distanza che ci separa dal momento precedente e da quello successivo tende a zero, passato e futuro scompaiono. Solo il presente sopravvive. I sintomi del trauma da velocità sono molteplici. Cito quelli più evidenti: incertezza epistemologica, riduzione dello spazio di attenzione, assuefazione e trivializzazione.

La nostra è un’epoca compressa, esasperata. Attonita. Come Virilio suggerisce, questo effetto di compressione ha a che fare con il rapporto che instauriamo con la tecnologia. E con un apparente paradosso: la tecnologia, studiata per risparmiare tempo, lo ha invece reso più scarso. Il fenomeno risulta in tutta la sua evidenza se consideriamo, in particolare, il ruolo giocato nella nostra esperienza dalle cosiddette nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (new information and communication technologies, NICT). Il tempo disponibile viene riempito da una quantità crescente di informazioni. Ciò riduce fatalmente l’attenzione che possiamo dedicare a ciascuna unità informativa percepita. In definitiva, questo sovraccarico informativo (information overload) non ci rende più saggi.

Abbiamo a che fare con una promessa tradita. Il tempo “liberato” dalla capacità di calcolo della macchina non ha aumentato la nostra efficienza. Chi meglio ha descritto questo paradosso è, a mio parere, Thomas Hyliand Eriksen. La riflessione di Eriksen è in qualche modo profetica, se pensiamo che risale al “lontano” 2001 (l’edizione italiana del saggio cui qui faccio riferimento, Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era dell’informatica, è del 2003). Da allora a oggi la situazione non ha fatto che peggiorare. La tesi centrale di Eriksen è che viviamo minacciati dalla tirannia dell’istante:

Il flusso massiccio di informazioni, che procede senza incontrare ostacoli, è destinato a riempire tutti i vuoti portando quindi a una situazione in cui ogni cosa minaccia di trasformarsi in una sequenza isterica di momenti saturi, senza un “prima” e un “poi” […] La risorsa più scarsa è un tempo lento e continuo. (p. 13)

Alcuni autori stanno cercando, non senza difficoltà di ordine teoretico ed empirico, di fondare un nuovo paradigma della conoscenza in grado di risolvere il problema del sovraccarico informativo. La strategia di comprensione del mondo che la civiltà occidentale ha perseguito fino a oggi si è basata sulla specializzazione e sul consolidamento di comunità di esperti. Poiché l’universo è troppo vasto, nel suo insieme, per essere contenuto nella nostra mente, lo abbiamo fin qui diviso in porzioni di dimensioni gestibili. Ogni porzione corrisponde a un sapere tramandato e certificato da una comunità di esperti. Secondo David Weinberger, di cui è appena uscito il saggio Too big to know, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione rompono le barriere che hanno fin qui diviso il dominio della conoscenza in porzioni discrete e – conseguentemente – minano la capacità di certificazione delle comunità di esperti. In ogni caso Weinberger non ci aiuta a risolvere il problema pratico che ciascuno di noi vive, nella misura in cui è immerso nell’abnorme flusso di informazioni della contemporaneità.

Torniamo pertanto alla questione del tempo. Nella società dell’informazione i vuoti si riempiono in fretta. Non abbiamo più tempo. Abbiamo, semmai, un tempo più denso. Ma quando affermiamo di non avere tempo sufficiente per dedicarci con la necessaria attenzione a tutte le informazioni che ci piovono addosso attraverso i nuovi media (parlerei proprio di “pioggia mediatica”), a quale tempo ci riferiamo? A un tempo oggettivizzato. Individuale, ma oggettivizzato. Ci riferiamo, in sostanza, al tempo dell’orologio.

Qui si pone una questione concettuale e metodologica: occorre distinguere l’esperienza del tempo (dimensione soggettiva) dalla sua rappresentazione (dimensione oggettiva). L’ora segnata dall’orologio è fatalmente composta da 60 minuti, e ogni minuto si compone – non meno fatalmente – di 60 secondi. Questo è una dato che non cambia da un soggetto all’altro, è – appunto – un dato oggettivo. Se vogliamo essere più precisi, dobbiamo riconoscere che tutto ciò corrisponde anche a una convenzione, ossia a un artefatto della cultura umana. Ore, minuti e secondi non esistono in natura. A un certo punto della sua storia, dunque, l’umanità ha reso il tempo oggettivo, cioè uguale per tutti. Prima con l’invenzione del calendario, poi – nel medioevo – dell’orologio. D’altronde questa distinzione fra tempo oggettivo – inteso come cronologia ciclica o lineare, come quantità – e tempo soggettivo era già chiara al mondo antico. Il tempo soggettivo è il momento opportuno, l’occasione propizia, il tempo giusto. La Bibbia, in particolare, ci parla di questi due tempi: da un lato il tempo che marca qualcosa (zemàn); dall’altro il tempo vero, qualitativo (’eth). Del tutto analogamente, i greci distinguono fra chrónos e kairós. Per il cristiano chrónos è il tempo lineare della storia, kairós è il tempo della resurrezione. Per il laico kairós è il tempo sottratto al calcolo e alla macchinazione della tecnica. Ma il termine greco ha una formidabile potenza polisemica, portandosi dietro anche una connotazione spaziale: kairós indica un’opportunità anche nel senso di “varco” o “passaggio”.

Fu Isaac Newton, nei Principi matematici della filosofia naturale, a introdurre le nozioni di tempo assoluto e tempo relativo. Il primo fluisce senza relazione a qualcosa di esterno. È la durata del mondo: qualcosa che c’è indipendentemente da noi. Il secondo è la misura della durata (minuto, ora, giorno, …) ed è comunemente usato al posto del tempo vero. Questa distinzione rimanda alla concezione causale del tempo di Aristotele – il tempo come ordine misurabile del movimento – che sopravvive in sostanza fino a Immanuel Kant, nella sua variante empirica.
Com’è noto, la visione di Newton si iscrive in una cornice finalistica. Essa appartiene a quelle concezioni filosofiche le quali affermano l’esistenza di una causa finale – immanente o trascendente – dell’universo. Di impostazione finalista è l’argomento classico in favore dell’esistenza di Dio fondato sull’ordine del mondo. Dice Voltaire ne Le Cabales: “…je ne puis songer | Que cette horloge existe et n’ait pas d’’horloger” (ossia: “non riesco a concepire che questo orologio esista senza che vi sia un orologiaio”). Come oggettivazione, anche quella del tempo è una separazione. Il tempo si stacca dal soggetto e prende a esistere a prescindere da esso. Si può istituire un parallelismo fra scrittura e orologio: la scrittura estrinseca il linguaggio, lo rende possibile fuori dal nostro corpo, l’orologio estrinseca il tempo. La puntualità è la subordinazione del soggetto a questa oggettività del tempo. Marxianamente, l’assoggettamento dell’individuo al tempo è una alienazione. In molti hanno visto in ciò una tirannia.

Ma il tempo oggettivo esiste? La visione di Newton è stata messa in crisi, sul piano scientifico, dalla teoria della relatività di Einstein. Sul piano filosofico, al positivismo tardo-newtoniano reagisce Henri Bergson. Egli contrappone al tempo della scienza (oggettivo, esterno, quantitativo e indipendente dal soggetto) il tempo della vita (vissuto dagli individui concreti, qualitativo ed eterogeneo). Il tempo della vita è il fluire creativo della coscienza. Esso si identifica con la durata reale e non è reversibile. Questo tempo come coscienza era già presente in Agostino: “come si assottiglia e si consuma il futuro che ancora non esiste? Come cresce il passato che non c’è più, se non perché nell’anima ci sono tutte e tre le cose, presente, passato e futuro?” (Confessioni, XI).

Una terza chiave di lettura è quella che indica nel tempo né un ordine oggettivo e necessario, né un progetto creativo del soggetto, ma piuttosto una possibilità. È la visione esistenzialista di Martin Heidegger. Quando nasce, l’uomo viene “gettato” nel mondo. Il soggetto ha un certo numero di possibilità da realizzare, che sono però precostituite. L’uomo non deve illudersi di potersi determinare, ma deve accettare il set di possibilità ricevute in dote. Se è consapevole della mancanza di significato del suo operare e del nulla in cui tutto va a finire, la sua vita si configura come un’esistenza autentica; se invece pretende di distrarsi dalle morte che lo aspetta, si perde nella vita inautentica. Il passato appare dunque, in questa visione, come punto di partenza e fondamento delle possibilità future. E il futuro come conservazione o mutamento del passato.

In definitiva voglio sostenere che, se siamo capaci di svincolarci dalla prospettiva del tempo oggettivo, il tempo stesso smette di apparirci come una risorsa scarsa. Esso diventa “una ricchezza di cui disporre con agio e distacco”. Sono queste parole di Italo Calvino, che al tema della velocità dedica una delle sue Lezioni americane. Calvino parla invero di rapidità. I due termini non sono propriamente sinonimi. E il concetto di rapidità ha specifiche declinazioni, a seconda del dominio di riferimento. In fisica la rapidità (speed, in inglese) è una quantità scalare che indica la magnitudine del movimento, mentre la velocità (velocity) è una quantità vettoriale che indica la magnitudine e la direzione del movimento. Se dunque un corpo si muove molto rapidamente, ma non muta la sua posizione nello spazio, la sua velocità è nulla. Però quella che Calvino ha in mente è piuttosto una qualità letteraria, che potremmo accostare alla funzione retorica della brevitas.

Le Lezioni americane risalgono al 1985, anche la loro pubblicazione è postuma. Com’è noto Calvino intende parlarci di alcuni valori della letteratura, cercando di situarli nella prospettiva del nuovo millennio. In questa ottica sono identificate sei parole chiave: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza. La rapidità è dunque uno dei valori che fondano l’estetica del XXI secolo. Di essa Calvino svolge una vera e propria apologia, anche se – precisa – essa “non pretende di reagire ai piaceri dell’indugio”. A Calvino non interessa la velocità come valore misurabile, come prestazione. Gli interessa in quanto valore estetico, in quanto modalità espressiva capace di produrre intimità con il mondo e di provocare piacere. La velocità non ha un’utilità pratica, non vale per sé: “Un ragionamento veloce non è necessariamente migliore di un ragionamento ponderato; tutt’altro; ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”. E ancora:

Nella pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia del tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere. La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura.

Calvino ricorda esempi preclari di scritture veloci, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti: gli Specimen Days di Walt Whitman, il Monsieur Test di Paul Valéry, Le disavventure del signor Plume di Henri Michaux e – naturalmente – le Operette morali di Giacomo Leopardi. Che cosa accomuna queste esperienze? A mio avviso la ricerca di una rappresentazione perspicua della realtà, ottenuta attraverso l’eliminazione del superfluo e la conquista dell’essenziale. La velocità non è dettata dalla fretta, ma appare il risultato deliberato di un paziente lavoro di scavo. È il punto di arrivo, provvisorio e sempre perfettibile, di un esercizio di autodisciplina che assomiglia all’ascesi.

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