Edward Hopper fra Google e mixed reality

Edward Hopper, The Morning Sun

Edward Hopper, The Morning Sun (1952)

“A che cosa serve oggi un museo?” si domanda Jean Clair. “Meno si comprendono le immagini, più ci si precipita a vederle” (Malaise dans les musées, trad. it. Skira, Milano, 2008, p. 33). Visito la bella retrospettiva dedicata a Edward Hopper a Palazzo Reale e sono colpito da tre circostanze, che mi segnalano come la fruizione dell’arte, oggi, sia stretta fra il rischio della banalizzazione e un’inedita ricchezza. Da una parte la semplificazione dei percorsi interpretativi, la loro omologazione progressiva. Dall’altra, viceversa, la benefica possibilità che le chiavi di lettura e gli strumenti di approfondimento si moltiplichino.

Che ruolo giocano i nuovi media in questa partita? Le tre circostanze che vado a descrivere dimostrano una cosa: i nuovi media offrono il destro sia alle Forze della Banalizzazione, alimentate dall’esigenze dell’industria culturale, sia al movimento No Banal, impegnato a promuovere quel tipo di particolare di diversità biologica che è la proliferazione degli orizzonti di significato dell’arte, la sua dimensione trascendentale (non a caso cultura e culto condividono la medesima radice).

Prima circostanza: come in ogni mostra che si rispetti, i visitatori hanno la possibilità di equipaggiarsi con un’audioguida tascabile su supporto magnetico. In molti ne approfittano. Non posso evitare di riflettere sulla posizione di questi consumatori d’arte eterodiretti, che si muovono da una sala all’altra come zombie. A condurli non sono la curiosità a la forza di attrazione che dovrebbero esercitare i singoli quadri su ciascuno di loro. Il percorso è predeterminato, semplificato e uguale per tutti, promuove alcune opere e ne sacrifica altre, sulle quali infatti i visitatori con audioguida sorvolano veloci. Insomma, ecco un esempio di medium digitale che non favorisce l’approfondimento e la personalizzazione dell’esperienza, ma la standardizza. L’opera d’arte (per definizione “aperta”) dovrebbe portarsi dietro sempre un surplus di significazione, una riserva a disposizione di decodifiche sempre nuove. Invece l’industria culturale predilige la logica del bignami globale in formato MP3.

Seconda circostanza: una giovane insegnante, alle prese con una comitiva di studenti alquanto svogliati, invita a “googolizzare” Manet. Dice proprio così: “Hopper ammirava e studiava l’arte di Manet, di cui copiava le opere più famose. Non ci credete? Provate a googolizzare Manet: troverete molti quadri simili a quelli di Hopper presenti in questa mostra.” Rifletto sull’onnipotenza di Google, scontata porta di accesso a qualunque forma di conoscenza. E vedo, anche qui, il rischio dell’omologazione. Non per colpa di Google, ma di una information illiteracy imperante, che porta a un utilizzo non consapevole e standardizzato del motore di ricerca. Mi domando se qualcuno, a scuola, insegni a quei ragazzi l’impiego delle funzioni di ricerca avanzata di Google e, soprattutto, li aiuti a sviluppare il senso critico necessario per selezionare fra le fonti reperite in modo automatico.

Terza circostanza: a metà del percorso espositivo un’installazione di mixed reality richiama l’attenzione dei visitatori e la mia in particolare. Una delle opere più famose di Hopper, The Morning Sun (1952), è trascritta in forma di scenografia iperrealista dal film-maker austriaco Gustav Deutsch. Laddove il quadro è la rappresentazione bidimensionale di uno spazio reale (la camera da letto del pittore, come apparve a Hopper alle 6 antimeridiane del 29 agosto 1952), l’installazione è la ricostruzione della medesima camera da letto, in scala 1 : 1. L’effetto andata-e-ritorno è notevole. Se Hopper costringe lo spazio fisico dentro un’immagine pittorica, Deutsch ricostruisce quel medesimo spazio fisico a partire dall’immagine di Hopper: stessi colori, stesso gioco di luci e ombre, stessa atmosfera (più o meno, si intende!) Se non che – e qui sta la mixed reality – la scenografia è a propria volta vittima di uno sguardo. Quello di una telecamera, collocata da Deutsch nello stesso punto di osservazione che doveva occupare Hopper quando dipinse la propria opera. Un display a cristalli liquidi ripropone la scena inquadrata. Il risultato finale è un’immagine elettronica, sostanzialmente identica a quella dipinta da Hopper. Salvo un particolare: nel quadro originale il centro della scena è occupato da una figura umana, la moglie del pittore seduta sul letto con le ginocchia strette intorno alle braccia e lo sguardo rivolto verso la finestra. Nel “quadro” di Deutsch il letto è vuoto.

Gustav Deutsch, Friday, 29th August 1952, 6 A.M.

Gustav Deutsch, Friday, 29th August 1952, 6 A.M.

Ecco dunque che il visitatore della mostra ha la possibilità di completare la scena, collocandosi sul letto nella medesima posizione assunta allora dalla modella. Oppure introducendo varianti più o meno significative: può restare in piedi, sedersi sul letto ma con le spalle rivolte alla finestra, volgere lo sguardo alla telecamera, oppure occupare la scena in compagnia di altri visitatori. In sostanza ognuno ha l’opportunità di creare una variante elettronica del quadro di Hopper irrompendo con il proprio corpo nella scena. Nelle due foto affiancate, qui sopra, la scena “originale” di Deutsch, come appare ripresa dalla telecamera (a sinistra) e lo stesso spazio, occupato e ridefinito da tre visitatori (a destra).

Esco da Palazzo Reale appagato. L’esperimento di Deutsch non è liquidabile come mero divertissement. È un modo per entrare in relazione con i valori estetici dell’opera di Hopper (la luce, il cromatismo, la prospettiva, il rapporto fra le forme). È un uso sagace dei nuovi mezzi di comunicazione, che intrattiene senza banalizzare.

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