Rozzano 2028 Biblioteca Cascina Grande Rozzano

Da simbolo del degrado a laboratorio culturale: Rozzano 2028 non è una provocazione

Ci ho lavorato per anni, l’ho attraversata sempre. Torno oggi a Rozzano, per sostenere un’idea così folle da risultare ovvia: facciamone la capitale italiana della cultura. E mettiamo la Biblioteca Cascina Grande al centro di uno straordinario progetto di rigenerazione urbana.

C’è un riflesso che scatta quasi automaticamente quando si pronuncia il nome di Rozzano. È il riflesso costruito da anni di cronaca selettiva, di titoli pigri, di racconti che si ripetono sempre uguali. Degrado, violenza, marginalità. Un «problema», da osservare a distanza di sicurezza. Quando va bene, una periferia. Quando va male, una non-città. Perché quella vera – attraente, luminosa, desiderabile – sarebbe Milano, e Rozzano ne rappresenterebbe solo l’ombra.

Per questo, quando il Comune ha annunciato la candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028, la reazione di molti è stata immediata: azzardo, provocazione, operazione simbolica fuori scala.

È una lettura comprensibile. Ed è, allo stesso tempo, profondamente sbagliata.

La verità è che la candidatura di Rozzano non è affatto paradossale. È logica. Forse persino inevitabile. Perché, se la cultura serve a qualcosa – e non è solo una decorazione urbana o un evento da calendario – allora serve esattamente nei luoghi dove le fratture sociali sono più visibili, dove la convivenza è più complessa, dove il futuro non è garantito ma va costruito ogni giorno. Rozzano non si candida nonostante il modo in cui è stata raccontata fino a qui. Si candida a partire da quella storia, rivendicandone la densità umana, la vitalità silenziosa, le energie che raramente finiscono sotto i riflettori.

In questa prospettiva, Rozzano 2028 non ribalta solo un luogo comune: lo svuota. E propone una domanda molto più scomoda. Se una città segnata da una fortissima presenza di edilizia pubblica, da migrazioni stratificate, da disuguaglianze reali può mettere la cultura al centro di un progetto di futuro, allora forse il problema non è Rozzano. Forse il problema è lo sguardo con cui abbiamo imparato a guardarla.

Che c’entro io in tutto questo? C’entro. Ho deciso di sostenere la candidatura di Rozzano a Capitale Italiana della Cultura 2028 e di impegnarmi nell’advisory board. In particolare, ho accettato di contribuire al progetto Biblioteca Cascina Grande – Piattaforma di innovazione civica, inserito nel capitolo Rozzano Cresce del programma culturale.

L’idea di fondo è semplice, ma non banale: smettere di pensare alla biblioteca solo come edificio o come contenitore di libri. Immaginarla invece come infrastruttura pubblica, come piattaforma civica capace di attivare competenze, relazioni, diritti. Anche a Rozzano, Cascina Grande può diventare il cuore di un ecosistema che produce coesione, apprendimento e partecipazione. Non per aggiungere funzioni, ma per portare fino in fondo ciò che già è.

Cascina Grande, un luogo che la città riconosce

Chi vive a Rozzano conosce la Biblioteca Cascina Grande. Non serve fornirne l’indirizzo: Cascina Grande «si sa dov’è». È uno di quei luoghi che fanno parte della geografia affettiva di un territorio. Ex cascina agricola recuperata, immersa nel verde del Parco Agricolo Sud Milano, è oggi biblioteca, centro culturale, spazio di incontro, rifugio silenzioso per chi studia e piazza coperta per chi cerca relazioni.

Non si può non ricordare il ruolo straordinario svolto, per fare di Cascina Grande ciò che è oggi, da Giuseppe Bartorilla, responsabile per anni della Biblioteca dei ragazzi di Rozzano e moderatore di gruppi di lettura per giovani e adulti. Grazie a persone come Bartorilla, Cascina Grande funziona. È frequentata, attraversata, abitata. Questo è il suo primo, grande pregio: non è uno spazio vuoto in cerca di pubblico. È già un luogo vivo. Proprio per questo, però, pone una domanda ulteriore, che non riguarda ciò che è, ma ciò che potrebbe diventare. Perché in una realtà come Rozzano – segnata da una fortissima presenza di edilizia residenziale pubblica, da una popolazione giovane e multiculturale, da disuguaglianze che non sono astratte ma quotidiane – una biblioteca non può limitarsi a «funzionare bene». Deve interrogarsi sul proprio ruolo civico.

È da questa consapevolezza che nasce l’idea di trasformare Cascina Grande in una piattaforma di innovazione civica. Non per snaturarla, ma per portare fino in fondo ciò che già implicitamente è.

Che cosa significa pensare la biblioteca come piattaforma civica

Parlare di «piattaforma» può sembrare un vezzo linguistico, o peggio un’invasione del lessico digitale. In realtà, il termine è scelto con cura. Una piattaforma non è solo uno spazio: è un’infrastruttura che consente a soggetti diversi di incontrarsi, collaborare, produrre valore comune secondo regole condivise.

In questo senso, la biblioteca pubblica è una delle infrastrutture civiche più potenti che abbiamo ancora a disposizione. Non lo dico per nostalgia, ma per realismo. La biblioteca è uno dei pochi luoghi che restano insieme gratuiti, non stigmatizzanti, accessibili, affidabili. È un’istituzione in cui la fiducia precede l’uso. Insomma: la biblioteca come dispositivo culturale, come macchina simbolica che organizza il rapporto tra sapere, spazio e comunità.

Innovazione civica, nel progetto di Cascina Grande, non significa tecnologia fine a sé stessa. Significa usare strumenti culturali, digitali e organizzativi per rispondere a bisogni collettivi reali: accesso ai diritti, competenze di base, orientamento nei servizi, apprendimento permanente. Vuol dire riconoscere i cittadini non come destinatari passivi, ma come soggetti competenti, portatori di esperienze, capaci di contribuire alla definizione dei servizi stessi.

La coerenza con Rozzano 2028

La candidatura di Rozzano a Capitale Italiana della Cultura 2028 si fonda su un’idea netta: la cultura come leva di giustizia sociale. Non un ornamento, ma un dispositivo che incide sulla qualità della vita e sulle opportunità.

In questa traiettoria, Cascina Grande trova una collocazione naturale. In una città raccontata per decenni quasi solo attraverso le sue fragilità, la biblioteca diventa un luogo di riscatto quotidiano. Non promette miracoli. Non cancella le disuguaglianze. Lavora, giorno dopo giorno, per ridurle. Lo fa offrendo accesso, tempo, ascolto, competenze. Senza l’effimero degli eventi, ma nella continuità dei servizi.

C’è anche un tema di eredità. Il progetto non è pensato per esaurirsi nel 2028. L’obiettivo è lasciare modelli organizzativi, competenze diffuse, strumenti di valutazione degli impatti sociali che restino operativi. Se la candidatura ha senso, è qui: nella capacità di produrre trasformazioni che durano.

Perché il co-design non è una formula

Uno degli elementi più delicati del progetto che proponiamo riguarda il metodo del co-design. È facile usare questa parola come etichetta rassicurante. È molto più difficile praticarla davvero.

Le esperienze internazionali lo dimostrano. Penso, per esempio, al Library Living Lab Sant Cugat, ma anche ai progetti sviluppati in alcune biblioteche statunitensi e nord-europee: quando i servizi vengono progettati con le persone, e non per le persone, cambiano radicalmente. Non solo perché diventano più pertinenti, ma perché producono fiducia, apprendimento reciproco, responsabilità condivisa.

A Rozzano questo aspetto dovrà essere cruciale. In un contesto urbano complesso, segnato da una storia di distanza – talvolta di diffidenza – tra istituzioni e cittadini, il co-design non è una moda partecipativa. È una condizione di possibilità. Significa costruire spazi di ascolto stabili, accettare l’idea che le soluzioni non siano già tutte note e condividere una parte del potere decisionale.

Non è un percorso privo di rischi. Al contrario: è faticoso, espone a conflitti, richiede tempo e competenze. Ma è l’unica strada che consente a una biblioteca di diventare davvero una piattaforma civica, e non solo un contenitore di buone intenzioni.

Uno sguardo in avanti

Trasformare una biblioteca in una piattaforma di innovazione civica significa chiedere molto: al personale, all’amministrazione, alla comunità. Richiede investimenti, formazione e continuità politica. Richiede anche la capacità di misurare ciò che si fa, distinguendo tra attività svolte e cambiamenti reali prodotti. Proprio per questo, nel progetto di Cascina Grande, la valutazione degli impatti non sarà un accessorio tecnico, ma una responsabilità pubblica. Misurare non per controllare, ma per capire se ciò che facciamo serve davvero. Se Rozzano 2028 vuole proporre un metodo – e non solo chiedere un titolo – Cascina Grande ne è uno dei luoghi più convincenti. Non un simbolo astratto, ma un’infrastruttura quotidiana. Ed è forse proprio qui che la biblioteca ritrova la sua funzione più profonda: essere uno spazio in cui il futuro non viene annunciato, ma praticato.