UniPv – A.A. 2010-2011

Giornalismo e ipertelevisione. Il caso italiano

Il corso si propone di analizzare i cambiamenti che stanno interessando l’informazione giornalistica televisiva in Italia, nel passaggio dal modello della TV generalista all’offerta narrowcasting e on-demand abilitata dall’avvento delle piattaforme digitali. In particolare il corso si articola in tre moduli:

  • Modulo 1 (teorico) – Inquadramento concettuale: giornalismo, medium televisivo, convergenza
  • Modulo 2 (teorico) – Inquadramento storico e normativo: mercato televisivo e informazione in Italia
  • Modulo 3 (pratico) – Lettura semiotica di tre casi (da definire): 1. Il canale all news; 2. Il programma di infotainment; 3. Le notizie generate dagli utenti.

Il modulo 3 (pratico) prevede il coinvolgimento degli studenti nel lavoro di analisi di specifici contenuti televisivi, dal punto di vista della struttura e del linguaggio.

Contenuti

  • Informazione, opinione pubblica e televisione
  • TV analogica e TV digitali
  • Come cambia il mezzo di flusso: distribuzione on-demand, narrowcasting e multicasting
  • Evoluzione del mercato televisivo italiano: dal monopolio Rai alla stagione del digitale
  • Informazione televisiva in Italia: offerta, consumo e quadro normativo
  • Modelli e format: canali all news, infotainment e giornalismo partecipativo

Bibliografia

Per gli studenti che frequentano il corso:

  • Carlo Nardello e Carlo Alberto Pratesi, Marketing Televisivo. Strumenti e modelli di business per competere nel nuovo mercato digitale, Milano, Il Sole 24 Ore, 2010 (capitoli 2 e 9)
  • Paolo Costa, Informazione e ipertelevisione (dispense del corso)

Per gli studenti che non frequentano il corso:

  • Paolo Costa, La notizia smarrita. Modelli di giornalismo in trasformazione e cultura digitale, Torino, G. Giappichelli Editore, 2010 (parte prima, più – a scelta – una delle parti successive).

Sede lezioni

Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei – Aula Magna multimediale, Via Abbiategrasso 404 Pavia.

Calendario delle lezioni

  • 21 febbraio 2011, ore 9-11
  • 22 febbraio 2011, ore 9-11
  • 24 febbraio 2011, ore 11-13
  • 28 febbraio 2011, ore 9-11
  • 1 marzo 2011, ore 9-11
  • 3 marzo 2011, ore 11-13
  • 14 marzo 2011, ore 9-11
  • 15 marzo 2011, ore 9-11
  • 16 marzo 2011, ore 9-11
  • 18 marzo 2011, ore 9-11
  • 21 marzo 2011, ore 9-11
  • 24 marzo 2011, ore 11-13
  • 28 marzo 2011, ore 9-11
  • 29 marzo 2011, ore 9-11
  • 30 marzo 2011, ore 9-11

Appelli di esame

Da fissare

Orario di ricevimento

Tutti i martedì, dalle 11 alle 13, presso la Sala Giornali del Collegio Nuovo (via Abbiategrasso 404 Pavia).

Bibliografia di approfondimento

Sul medium televisivo in generale e sull’informazione in TV

Lo studio concettuale del medium televisivo può partire dalle importanti ricerche dell’inglese Raymond Williams. Fra i massimi teorici del modellamento sociale della tecnologia – secondo il quale sviluppo sociale e sviluppo tecnologico si influenzano a vicenda – e antesignano della critica di stampo marxista alla televisione, con il suo fondamentale saggio Television: Technology and Cultural Form (London, Collins, 1974) Williams introdusse il concetto di medium di flusso (il “flusso” programmato degli output della radio e della tv è organizzato in modo da accordarsi con le abituali attività giornaliere dei telespettatori e degli ascoltatori). L’opera è disponibile anche in edizione italiana (Televisione, tecnologia e forma culturale, Roma, Editori Riuniti, 2000).

Williams inaugurò una tradizione di studi volti a segnalare i pericoli della televisione. Si tratta di una lettura di tipo “apocalittico” che ha avuto molta fortura soprattutto in Europa fino alla fine degli anni Novanta. Per una critica all’informazione televisiva, accusata di selezionare i fatti in base al criterio del sensazionale e dello spettacolare, e quindi di esercitare una forma di “violenza simbolica”, si vedano in particolare Pierre Bourdieu (Sur la télévision, Paris, Liber Editions, 1996) e Jean Baudrillard (Le crime parfait, Paris, Editions Galilée, 1995). Altri autori critici nei confronti della televisione, ma di formazione liberale anziché marxista, sono Karl R. Popper, John Condry (Cattiva maestra televisione, Milano, Reset, 1994) e Giovanni Sartori (Homo videns, Roma-Bari, Laterza, 2000).

Due filoni diversi, sviluppati fra gli anni 70 e gli anni 80, sono riconducibili da un lato alla teoria degli usi e delle gratificazioni, dall’altro ai cosiddetti cultural studies. In entrambi i casi il tema degli effetti dei media – e quindi, in particolare, della televisione – sugli individui e sulla società viene problematicizzato, sia perché si evidenzia la capacità delle persone di non subire passivamente l’influenza dei media, ma di determinarne di volta in volta l’uso più coerente rispetto ai propri obiettivi, sia perché viene sottolienata l’importanza del substrato culturale (genere, razza, estrazione sociale). Per quanto riguarda il primo filone, il riferimento d’obbligo è a James Halloran, autore di The effects of television (London, Panther, 1970). Halloran resterà famoso per la sua domanda: “we should ask not what the media does to people, but what people do to the media”. Riconducibili al contesto dei cultural studies sono invece i lavori di Stuart Hall (Encoding and Decoding in Television Discourse, in Studies in Culture: An Introductory Reader, a cura di Ann Gray e Jim McGuigan, Londra, Arnold, 1997, pp. 28-34) e di John Fiske (Television Culture, London, Routledge, 1987).

Fra gli studi italiani più recenti sul medium televisivo, di taglio manualistico, segnalo Aldo Grasso, Massimo Scaglioni, Che cos’è la televisione. Il piccolo schermo fra cultura e società: i generi, l’industria, il pubblico, Milano, Garzanti, 2003 (in particolare il capitolo introduttivo e la prima parte) e Enrico Menduni, I linguaggi della radio e della televisione. Teorie, tecniche, formati, Roma-Bari, Laterza, 2008 (in particolare i capp. VI e VIII, dedicati rispettivamente all’informazione e alle piattaforme digitali). Infine vale la pena di dare un’occhiata al recente AA.VV., Esigere (e valutare) una tv di qualità, in “Vita e pensiero”, n. 2, 2010

Sulla storia della televisione in Europa e in Italia

Per la storia della televisione italiana e per la fondamentale distinzione fra prototelevisione e neotelevisione si vedano Umberto Eco, Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, 1983 e Fausto Colombo, La cultura sottile. Media e industria culturale in Italia dall’Ottocento agli anni Novanta, Milano, Bompiani 1998. Fausto Colombo cura anche un blog assai stimolante: La cultura sottile. Del già citato Aldo Grasso, infine, vale la pena di guardare la Storia della televisione italiana (Milano, Garzanti, 1992).

Passando dall’orizzonte italiano a quello europeo, una lettura fortemente critica del cosiddetto “commercial deluge, ovvero l’avvento della televisione commerciale in Europa, è proposta da Jay J. Blumler nel suo Television and the Public Interest: Vulnerable Values in West Europe Broadcasting (London, Sage, 1992).

Sulla multiTV

Sul passaggio dalla neotelevisione alla televisione contemporanea (quella che potremmo chiamare “multitelevisione” o “televisione convergente”) è utile vedere Massimo Scaglioni, Anna Sfardini, MultiTV. L’esperienza televisiva nell’età della convergenza, Roma, Carrocci, 2008.

In particolare sulla reality TV si guardi Anna Sfardini, Reality tv. Pubblici fan, protagonisti, performer, Milano, Unicopli, 2009. Infine segnalo, a cura di Aldo Grasso e del già citato Massimo Scaglioni, Televisione convergente. La TV oltre il piccolo schermo, (Milano, Link Ricerca, RTI, 2010).

Sul giornalismo televisivo

Segnalo il volume a cura di Giorgio Simonelli, Speciale TG. Forme e tecniche del giornalismo televisivo (Novara, Interlinea, 2005).

Sull’ibridazione dei linguaggi (politica, informazione, intrattenimento)

Il saggio La société du spectacle, di  Guy Debord (Paris, Buchet-Chastel, 1967), segna l’atto di nascita della riflessione sulla subalternità dei mezzi di comunicazione di massa al modello dello spettacolo, modello che secondo Debord viene replicato inevitabilmente non solo nel caso della propaganda politica e della pubblicità, ma anche dell’informazione. Analogamente Pierre Bourdieu parla di informazione che “intrattiene” e di “giornalismo commerciale”, riferendosi al meccanismo attraverso il quale l’informazione televisiva seleziona i fatti in base al criterio del sensazionale e dello spettacolare (si veda il già citato Sur la télévision, Paris, Liber Editions, 1996). Ma la critica forse più radicale alla televisione è quella sviluppata da Jean Baudrillard, secondo il quale la televisione e i media elettronici in generale annullano la distinzione fra gli oggetti e le loro rappresentazioni, fra il reale e l’immagine mediata. I segni non sono più “cose che stanno per altre cose”. Essi si trasformano in simulacri, sostituendo il vero. Questa scomparsa delle cose, a vantaggio delle loro simulazioni, rappresenta il “delitto perfetto” perpetrato dalla televisione. Si vedano, in particolare, Pour une critique de l’économie politique du signe (Paris, Gallimard, 1972) e Le crime parfait (Paris, Editions Galilée, 1995).

A partire dalla critica ai media elettronici di Debord e Baudrillard si è poi sviluppata una riflessione sul rapporto fra modello dello spettacolo e linguaggio della comunicazione politica. Su questo tema vale la pena di vedere almeno il contributo di Roger-Gérard Schwartzenberg, L’état spectacle. Le star system in politique (Paris, Flammarion, 1977). L’opera, disponibile anche in edizione italiana (Lo stato spettacolo, Roma, Editori Riuniti, 1980) è stata ripresa e attualizzata da Schwartzenberg, che lo scorso anno ha pubblicato L’état spectacle 2. Politique, casting et médias (Paris, Plon, 2009). A metà degli anni Ottanta un ragionamento analogo è stato sviluppato negli Stati Uniti da Neil Postman, con il suo Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business (New York, Penguin, 1985). Nell’opera di Postaman (tr. it. Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Venezia, Marsilio, 2002, con una bella introduzione di Enrico Menduni) si sostiene che la televisione abbia provocato un declino della cultura basata sul confronto razionale e della “mentalità tipografica”, ovvero della cultura della stampa, a beneficio dello show-business, con conseguenze evidenti sulla politica. Infine nello stesso filone si collocano alcuni studi di autori italiani. In particolare segnalo le seguenti opere: Giampietro Mazzoleni, Anna Sfardini, Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’isola dei famosi”, Bologna, Il Mulino, 2009; Carlo A. Marletti, La Repubblica dei media. L’Italia dal politichese alla politica iperreale, Bologna, Il Mulino, 2010; Anna Tonelli, Stato spettacolo. Pubblico e privato dagli anni 80 a oggi, Milano, Bruno Mondadori, 2010.

Un aspetto particolare della spettacolarizzazione del linguaggio politico è costituito dalla funzione del corpo del leader  – inteso come soma – nella rappresentazione mediatica. Per un approfondimento su tale tema rimando ai seguenti contributi: Federico Boni, Il corpo mediale del leader. Rituali del potere e sacralità del corpo nell’epoca della comunicazione globale, Roma, Meltemi, 2002; Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Milano, Guanda, 2009; Paolo Costa, Il corpo mediale di Yulija, 20 gennaio 2010; Andrea Cortellessa, Dalla Pornocrazia alla Mignottocrazia. Note sul regime biospettacolare di Berlusconi, in “Alfabeta2”, 3, 1 (ottobre 2010), 16-19.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Animated Social Media Icons by Acurax Responsive Web Designing Company
Visit Us On TwitterVisit Us On FacebookVisit Us On PinterestVisit Us On YoutubeVisit Us On Linkedin