Scrivere la tesi di laurea

tesi-di-laurea-studentessa-impegnata

Come si scrive una tesi. Stile, regole di impaginazione, citazioni, riferimenti bibliografici e un po’ di grammatica.

Quelle che seguono sono le norme redazionali, grammaticali e tipografiche di base da seguire per la stesura della prova finale di laurea triennale e della tesi di laurea magistrale, integrate con una serie di consigli del sottoscritto.

Per quanto riguarda gli stili redazionali e tipografici, ricordo che esistono diverse forme d’uso nell’ambito della scrittura scientifica e accademica. Quindi le indicazioni contenute in questo post non pretendono di rappresentare l’unico standard accettabile. L’importante è che si compia una scelta univoca e che si tenga conto di alcuni principi di ordine generale.

1. Due utili manuali: Eco e Lesina

Per un inquadramento del tema suggerisco la lettura di Come si fa una tesi di laurea, un classico di Umberto Eco. Nonostante il tempo trascorso dalla sua prima apparizione, l’opera – uscita nel 1977 per Bompiani, aggiornata nel 1985 e più volte ristampata negli anni successivi, fino all’edizione in formato digitale del 2017 (La Nave di Teseo) – resta insuperata per acume e completezza.

Utile anche, di Roberto Lesina, Il nuovo manuale di stile. Guida alla redazione di documenti, relazioni, articoli, manuali, tesi di laurea (Bologna, Zanichelli, 2009).

Infine rimando alla pagina Domande frequenti, nel sito dei corsi in Comunicazione dell’Università di Pavia.

2. Lunghezza

Nel caso della prova finale di laurea triennale (CIM), la lunghezza minima deve essere di 60.000 caratteri, spazi esclusi. La tesi di laurea magistrale (CoD), invece, deve avere una lunghezza minima di 250.000 caratteri, sempre spazi esclusi.

3. Elementi paratestuali

L’elaborato deve includere, nell’ordine, i seguenti elementi:

  • Frontespizio (un esempio di frontespizio può essere reperito sul sito dei corsi in Comunicazione dell’Università di Pavia, nella sezione Modulistica)
  • Indice
  • Introduzione
  • Testo
  • Conclusioni
  • Note a fine testo (in alternativa, le note possono essere collocate a piè di pagina; in tal caso si veda quanto specificato nel successivo paragrafo 5)
  • Bibliografia e sitografia
  • Abstract in italiano
  • Abstract in inglese

4. Stile

La tesi di laurea, come ogni altra forma di letteratura scientifica, non è un esercizio di bella scrittura. Occorre privilegiare l’obiettivo della chiarezza, tenendo a bada eventuali pulsioni da “prosa d’arte” e puntando sul discorso perspicuo. Ecco alcuni principi di ordine generale:

  • Evitare ridondanze, ambiguità e cliché (ovvero metafore moribonde, come quando diciamo il canto del cigno, il tallone d’Achille o la fucina di idee).
  • Utilizzare termini che abbiano riscontro nel dizionario o comunque siano entrati nell’uso comune della lingua italiana (per esempio, in italiano postare significa «prendere posto», non «pubblicare un contenuto su una piattaforma online»).
  • Non eccedere con le forme verbali passive.
  • Fare un uso moderato degli avverbi con suffisso in -ente (come assolutamente, decisamente o – il peggiore di tutti – sostanzialmente).
  • Abolire espressioni ampollose e burocratiche, che allungano inutilmente il brodo (per esempio, scrivere per e non al fine di, questa tesi e non il presente elaborato, tendere e non manifestare la tendenza).

La chiarezza si consegue anche attraverso una corretta organizzazione dei contenuti. Il testo deve presentarsi, nel suo insieme, ben strutturato dal punto di vista del percorso argomentativo. Ciò significa:

  • Definire e rendere percepibile la gerarchia degli argomenti, ricapitolando le idee in una piramide, raggruppandole logicamente ed esponendole una alla volta, secondo il modello elaborato da Barbara Minto in The Pyramid Principle: Logic in Writing and Thinking  (le cose essenziali e la sintesi al piano superiore della piramide, i dettagli alla base).
  • Usare le congiunzioni coordinanti (anche, infatti, dunque, invece) quando servono a collegare fra loro due affermazioni, evitarle quando fra le due affermazioni non vi è alcun nesso.
  • Non esagerare con le parentesi, che interrompono il flusso del discorso.
  • Non andare a capo troppo spesso.

Per una riflessione più approfondita sulla questione dello stile, suggerisco alcune utili letture:

  • George Orwell, Politics and the English Language, in « Horizon», 13, 76, 1946, pp. 252–265; trad. it. La politica e la lingua inglese, in La neolingua della politica, Milano, Garzanti, 2021, pp. 21-67.
  • Rudolf Flesh, The Art of Readable Writing, New York NY, Harper & Row, 1949 (nuova edizione 1974).
  • Italo Calvino, L’italiano, una lingua tra le altre, in Saggi. 1945-1985 (a cura di Mario Barenghi), Milano, Mondadori, 1995, pp. 146-153.
  • Roberto Vacca, Comunicare come. Come trasmettere le proprie idee. Come orientarsi nel mondo dell’informazione, Milano, Garzanti, 1990.
  • Luisa Carrada, Guida di stile. Scrivere e riscrivere con consapevolezza, Bologna, Zanichelli, 2017.
  • William Strunk Jr., The Elements of Style. Classic edition: 2018 update, San Luis Obispo CA, Spectrum Ink, 2018.

5. Carattere, corpo e impaginazione del testo e delle note

Font

Per la redazione della tesi di laurea suggerisco l’impiego di un carattere graziato “classico”, come il Garamond o il Palatino. Si può optare anche per un carattere transizionale, come il Bodoni o il Times New Roman. Quest’ultimo, anzi, è raccomandato dalla maggior parte delle università.

Giustificazione del testo e impaginazione

Il testo deve essere giustificato e deve avere corpo 13, interlinea 1,5 e margini di 3 cm (superiore, inferiore, destro e sinistro), con un rientro di 1,25 cm a ogni capoverso.

Ogni paragrafo deve essere preceduto dal numero e dal titolo, secondo l’ordine del sommario. I titoli vanno in grassetto.

I numeri di pagina vanno in basso al centro.

Note

Le note devono essere numerate progressivamente e possono essere collocate a fine testo o a piè di pagina. Suggerisco tuttavia di adottare la seconda soluzione, più pratica. Le note vanno in corpo 10 e con un rientro di 1,25 cm nella prima riga.

I numeri in esponente devono essere collocati prima dei segni di interpunzione (per esempio, si scrive i limiti del cervello umano1. e non i limiti del cervello umano.1) e all’esterno delle parentesi: per esempio, si scrive come già detto (cfr. pp. 27-31)1.

6. Uso del corsivo

Il corsivo va usato in tre casi:

  • per i titoli di libri, riviste e periodici (per i titoli non usare il sottolineato, il grassetto o le virgolette);
  • per dare enfasi a parole o espressioni specifiche (non usare il sottolineato o il grassetto);
  • quando ricorriamo a termini appartenenti a lingue straniere, compresi latino e greco (fanno eccezione, ovviamente, le parole di origine straniera entrate nell’uso comune dell’italiano, come computer, manager, partner, chic ecc.)

7. Accenti e apostrofi

7.1 Accenti

In italiano l’accento può essere acuto o grave. L’accento acuto indica chiusura della vocale. Si usa nei seguenti casi:

  • nel ché causale e tutti i suoi composti: perché, poiché, cosicché, affinché, sicché ecc.;
  • nella terza persona singolare dei passati remoti (ribatté, poté);
  • nei composti di tre e di re (cinquantatré, trentatré, viceré…);
  • né (negazione, diverso da ne avverbio o pronome, per cui scriveremo «né questo né quello», ma «ne desumiamo che…»);
  • sé (riflessivo, diverso da se congiunzione o pronome, per cui scriveremo «chi fa da sé fa per tre», ma «se avessi saputo che…»).

Benché alla scuola elementare ci abbiano insegnato il contrario, il sé riflessivo va con l’accento anche quando è seguito da stesso, per cui scriveremo sé stesso e non se stesso.

L’accento grave indica apertura della vocale. Si usa in è, ahimè, piè, cioè ecc. Quando usiamo i caratteri maiuscoli, la terza persona singolare del presente indicativo si scrive È (con l’accento), non E’ (con l’apostrofo).

7.2 Apostrofo

L’apostrofo indica elisione. Si usa cioè per indicare la caduta di una o più lettere in una parola, come in po’ (che sta per poco e che non va confuso con il nome del fiume Po, senza apostrofo né accento).

7.3 Accento, apostrofo o niente?

Se abbiamo dei dubbi, ricordiamo che:

  • tè (bevanda) è diverso da te (pronome personale);
  • sì (affermativo) diverso da si (pronome, nota musicale);
  • dà (verbo dare) è diverso da da (preposizione semplice) e da da’ (imperativo del verbo dare);
  • dì (giorno) è diverso da di (preposizione semplice) e da di’ (imperativo di dire);
  • è (verbo essere) è diverso da e (congiunzione);
  • ché (causale) è diverso da che (congiunzione o pronome);
  • lì (avverbio di luogo) è diverso da li (pronome);
  • là (avverbio di luogo) è diverso da la (articolo o pronome);
  • do (prima persona singolare verbo dare) va scritto preferibilmente senza accento, visto che non può confondersi con la nota musicale do;
  • vogliono l’accento grave ciò, già, giù, più, può, ahimè, cioè, perciò, però, caffè, lacchè, gilè, ohimè, Giosuè, Noè, Mosè e la maggior parte dei nomi propri tronchi, ma anche lunedì e tutti i giorni della settimana fino a venerdì (i quali – a differenza dell’inglese – vanno scritti con l’iniziale minuscola, come i nomi dei mesi: «martedì 13 settembre», non «Martedì 13 Settembre»);
  • vogliono l’accento acuto fé (fede), scimpanzé, mercé;
  • non vogliono l’accento fa, sa, so, va (voci dei verbi fare, sapere, andare), qua, qui, sto (prima persona singolare del verbo «stare») e su;
  • vogliono l’apostrofo po’ (nel senso di «un poco», mentre il nome del fiume Po – come detto – si scrive senza apostrofo) e gli imperativi fa’ e va’;
  • Oltrepò (il nome che designa il territorio pavese e piacentino a sud del Po) si scrive con l’accento;
  • qual è si scrive senza apostrofo;
  • si scrive un altro (maschile), perché non vi è alcuna elisione, mentre al femminile occorre l’apostrofo (un’altra);
  • sta (terza persona singolare del verbo «stare») è diverso da sta’ (imperativo seconda persona singolare dello stesso verbo, che corrisponde a «stai»).

8. Virgolette

Esistono due tipi di virgolette:

  • italiane, dette anche virgolette doppie basse o caporali (« »);
  • inglesi, dette anche virgolette doppie alte o apici (“ ”).

I caporali si usano nelle citazioni e nei dialoghi all’interno del testo (si veda quanto specificato a proposito delle citazioni nel paragrafo 9). Esempio:

«Carneade! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. «Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?» Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo!

Se all’interno dei caporali dobbiamo porre altre virgolette, perché la citazione contiene un’altra citazione (intercitazione), è necessario usare quelle inglesi. Esempio:

Così si esprime Paolo Costa: «Dobbiamo insomma convenire che la lettura non è – per usare le parole di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier – “un’invariante antropologica”. Al contrario, essa si è manifestata storicamente in una serie di pratiche di volta in volta diverse».

Le virgolette inglesi si usano nei seguenti casi:

  • nelle intercitazioni, come appena detto;
  • nei dialoghi interni;
  • per enfatizzare una parola;
  • per connotare espressioni usate in senso diverso da quello corrente.

Le virgolette non si devono mai usare per i titoli delle opere, i quali devono invece essere in carattere corsivo.

9. Abstract

L’abstract della tesu di laurea non dovrebbe essere più lungo di una ventina di righe. È buona cosa organizzarlo in modo che contenga – nell’ordine – i seguenti punti:

    1. obiettivi
    2. metodo
    3. risultati
    4. conclusioni

10. Didascalie delle illustrazioni

Prima di tutto domandiamoci che funzione possono svolgere le immagini nella nostra tesi di laurea. La loro presenza ha senso solo se offrono un contributo di conoscenza, ovvero se sono significative e leggibili. È opportuno che ciascuna illustrazione sia accompagnata da una didascalia atta a identificare il contenuto dell’immagine e la sua partenità. Nel caso delle riproduzioni di opere d’arte occorre inoltre indicare la datazione e il luogo di conservazione delle stesse. Un paio di esempi:

Sandro Botticelli, Nascita di Venere (1483-1485), Galleria degli Uffici, Firenze.

Jingna Zhang, Germaine III (2016).