Trump the Renaissance

Penso che, nel tempo presente, due cambiamenti caratterizzino la figura dell’artista rispetto al passato recente. Si tratta peraltro di cambiamenti che configurano un “ritorno”. Il ritorno a un’epoca in cui l’arte e la cultura scientifica non avevano ancora imboccato percorsi divergenti.

In primo luogo oggi l’artista non ci appare solo nelle vesti di demone. Egli è anche artigiano, informatico, progettista. L’artista non tanto come genius, quanto come ingenium. Il genio è agito dalla follia divina, l’ingegno si basa sulla pratica e l’esperienza. L’artista come homo faber, dunque, che progetta, realizza e utilizza macchine; e che, attraverso l’esperienza, struttura saperi e competenze. Del resto Martin Heidegger ci ricorda che il saper fare (techne) è in relazione con la produzione (poïesis) più che con l’imitazione (mimesis).

In secondo luogo l’artista non è più – o non dovrebbe essere – l’uomo isolato in una torre d’avorio e neppure il rappresentante di un’avanguardia. L’artista è parte di una comunità. Ma non tanto perché – cosa ovvia – egli è inserito nella cultura del suo tempo. Quanto perché la comunità stessa, intesa come rete di relazioni, è il suo medium. L’atto espressivo dell’artista non può darsi se non in stato di connessione con una rete di attanti e co-performer. Quello che una volta chiamavamo “pubblico” è, sempre più spesso, una comunità elettronica. E il prodotto dell’arte non è tanto un contenuto comunicato, quanto un contesto di comunicazione.

Appare dunque rilevante il problema dell’interazione fra arte, scienza e tecnologia. Queste non vanno considerate discipline autonome, ma forme culturali interconnesse, che condividono gli stessi media e gli stessi contesti. Tale interconnessione dovrebbe risultare evidente allo scienziato come all’artista. Me dietro l’evidenza ci sono forse modi diversi di intendere la cosa.

Vi è, in primo luogo la constatazione che il momento della scoperta ha per lo scienziato una valenza estetica. La creatività si esprime nella ricerca scientifica anche attraverso risultati di tipo estetico o che, quanto meno, possono essere valutati secondo criteri estetici. L’iniziativa The Art of Science, promossa dalla Princeton University, esplora dal 2005 questo tipo di interconnessione. Le immagini del Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle realizzato dal CERN presso il centro di ricerche di Ginevra, offrono più di uno spunto per riflettere sulla relazione di tipo estetico che si instaura fra opere dell’ingegno umano nate con finalità assai diverse. Ecco, per esempio, un confronto fra il LHC e l’interno della cupola di Santa Maria del Fiore di Filippo Brunelleschi:

Large Hadron Collider

Large Hadron Collider

Ancora prima, nel 2002, il Kettle’s Yard di Cambridge ospitò la mostra Flights of Reality, in cui teorie scientifiche costituivano la base per ardite esplorazioni artistiche. In questi giorni, invece, a Milano sono di scena immagini di strutture e reti neuronali ottenute al microscopio a fluorescenza (brainbow), come quella che propongo qui sotto, e accostate a quadri di Monet, Klee e Dalì.

Large Hadron Collider

In secondo luogo la scienza ha bisogno dell’arte, perché si serve delle sue metafore per descrivere il cosmo. Descrivere nel senso di “rappresentare”, ma anche come sinonimo di “inventare” (l’inventio compare fra i cinque canoni della retorica classica come metodo per reperire gli argomenti del discorso, estraendoli da un serbatoio di forme codificate). Ecco: arte e scienza condividono il problema della dialettica fra forma linguistica riconoscibile ed espressione mai detta. Anche la poesia ha la sua inventio. Poïesis è –etimologicamente – trasformazione del mondo, proiezione di un mondo ulteriore, è il virtuale inteso come “possibile”. È la farfalla che esce dal bozzolo, per dirla ancora con Heidegger: il bruco che continua sotto altra forma. La scienza moderna, che non ritiene più di doversi fondare su verità necessarie o evidenti, ha bisogno dell’erotismo dell’arte per concepire farfalle. Non si tratta di distruggere la fede nei confronti della scienza, ma di renderla più potente. D’altronde l’arte ha bisogno della scienza, perché sfrutta gli scenari da essa elaborati. Ma ha anche bisogno della tecnologia e dei media, senza di cui non potrebbe prodursi.

Ce lo ricorda Francesco Monico, aka TAFKAV, che nel 2008 ha realizzato l’installazione Diverse forme bellissime. In essa si costruisce un’originale modalità di interazione fra essere umano ed essere vegetale, mediata dal computer. La pianta reagisce alla presenza umana emettendo corrente elettrica, il medium traduce il segnale elettrico in un codice musicale, percepibile dall’uomo.

TAFKAV, Diverse forme bellissime

TAFKAV, Diverse forme bellissime (foto: Anja Puntari)

Di grande suggestione è anche la composizione Longplayer, del musicista britannico Jem Finer. L’esecuzione della partitura è cominiciata la notte del 31 dicembre del 1999 e si svilupperà in un tempo di mille anni. Essa è quindi destinata a concludersi nel 2999. Longplayer è una riflessione sulla fludità e sull’espandibilità del tempo, ma è anche un organismo sociale, nel senso che la sua esecuzione dipende da una comunità di persone che continueranno a operare anche dopo la morte di Finer. L’opera è infine un omaggio poetico alla distanza. Mille anni sono quanto impiega la luce per viaggiare dalla nebulosa California fino a noi: “the preoccupations that led to its conception – spiega l’artista sul sito ufficiale Longplayer.org – were not of a musical nature; they concerned time, as it is experienced and as it is understood from the perspectives of philosophy, physics and cosmology”.

Nebulosa California

Un terreno privilegiato di incontro fra scienza ed espressione scientifica è il corpo umano. Lo avevano capito Leonardo e Caravaggio, i quali praticavano la copia dal vero sulle salme trafugate dagli obitori. L’immagine del corpo, come ce la restituisce la scopofilia scientifica, è al centro del video del 2007 Anticipation, della francese Johanna Vaude. Un modo per evocare questioni scientifiche che hanno un impatto sempre più forte sul nostro corpo biologico, a cominciare dalla manipolazione genetica.

ANTICIPATION from sound & visual experience on Vimeo.

Un altro filmaker, Andrew Kötting, ha tentato un’operazione ancora più complessa con il suo documentario Mapping Perception (2002), un “poema scientifico d’amore”. Il film cerca di esaminare i limiti della percezione umana attraverso l’analisi del funzionamento del cervello di Eden, la figlia del registra affetta dalla rara sindrone di Joubert. Il risultato è una via di mezzo fra l’opera d’arte, l’analisi clinica e la ricerca sociologica.

La visione del mondo che connotò l’epoca rinascimentale e che siamo soliti ricondurre all’umanesimo postulava un ponte fra arte, scienza e tecnologia. Urge recuperare quel programma, favorendo lo scambio di idee e la fertilizzazione incrociata fra i due domini. Non è un tema nuovo: sono trascorsi oltre cinquant’anni da quando il fisico e romanziere inglese Charles Percy Snow pubblicava il suo famoso quanto ininfluente saggio The Two Cultures, nel quale denunciava l’incomunicabilità fra cultura scientifica e cultura artistica. Da allora la balcanizzazione dei saperi si è radicalizzata. Gli sforzi in senso contrario appaiono eccentrici. Si pensi all’esperienza di Leonardo / The International Society for the Arts, Sciences and Technology, l’organizzazione fondata da Frank Malina e oggi guidata dal figlio Roger. Il richiamo a Leonardo Da Vinci non è casuale: novelli Leonardo sono tutti gli artisti e gli scienziati che oggi ricercano un linguaggio comune.

In questo senso guardo con interesse a molte esperienze creative che riflettono sull’impatto sociale, politico e culturale dei media elettronici. Non si tratta tanto di identificare pratiche artistiche al passo coi tempi, pratiche cioè consapevoli degli ultimi sviluppi della scienza e della tecnica. Si tratta piuttosto di costruire un pensiero critico intorno alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le quali accompagnano le nostra vita di tutti i giorni. Come osserva l’artista elettronico Aaron Koblin nel documentario prodotto in occasione del festival Transmediale 2011 di Berlino (qui sotto), abbiamo per la prima volta la possibilità di andare oltre il Rinascimento (“trump the Renaissance”) e di superarne la sua grandezza:

The Future of Art from KS12 on Vimeo.

A me sembra che la cultura del design possa offrire un contributo importante in questo senso, a patto che ci si chiarisca sul concetto stesso di design. Senza farla troppo lunga, identifico il nucleo della cultura del design nei seguenti tratti distintivi:

  • Il carattere interdisciplinare, che produce un mix di empatia, creatività e razionalità
  • Il metodo collaborativo e iterativo (“trial and error”), già praticato nella bottega rinascimentale
  • L’assenza di giudizi valutativi nelle fasi divergenti della progettazione (ogni ipotesi è ammessa)
  • L’importanza dell’osservazione empirica (il soggetto studiato nel suo comportamento)

In aggiunta a tutto ciò, la riscoperta della cultura rinascimentale passa attraverso due atteggiamenti. In primo luogo il riconoscimento della fondamentale importanza del dialogo con i classici. Senza di esso, mette in guardia Umberto Eco, un’innovazione “ininterrotta e accettata da tutti” crea “schiere di Nani che siedono sulle spalle di altri Nani”. In secondo luogo la convinzione che, ricercando insieme la dimensione autentica del progetto e il suo valore economico-funzionale, sia possibile approdare alla bellezza. Perché, come ci ricordano Francesco Morace e Giovanni Lanzone, verità e bellezza stanno insieme. La bellezza non è semplicemente qualità formale di un modello, di una struttura o di un algoritmo. La bellezza ha a che fare con Eros: è valore creativo e capacità di generare piacere.

Noi milanesi dobbiamo essere molto severi con noi stessi. Il design che agisce come “traduttore di innovazione”, in un nuovo dialogo tra arte e scienza, non può ridursi alle collezioni di Giorgio Armani, le quali certamente hanno promosso l’immagine di Milano capitale della creatività e del design, ma oggi non contribuiscono più all’innovazione dei valori estetici di questa città. A me interessa il design come nuova forma di attivismo sociale. Credo che abbiamo bisogno di progetti nuovi: distribuiti e adattivi, ossia aperti ai contributi degli utenti, attenti al processo più che all’oggetto, al contesto più che al contenuto.

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