Sazi e disinformati

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L’accesso alle fonti di informazione e il libero scambio delle informazioni stesse fra i cittadini sembrano essenziali alla democrazia. Per questo Internet – inteso non solo come medium, ma proprio come spazio virtuale abitato e vissuto – è spesso considerato lo scenario di una nuova forma di democrazia. Certo Internet  rende potenzialmente illimitata la quantità di informazioni a disposizione di ciascuno di noi. Ma ciò è sufficiente per parlare di un nuovo modello di cittadinanza e di sfera pubblica?

Secondo Dan Gillmor, teorico osannato dagli apologeti del Web 2.0, non è solo una questione di quantità. Ciò che più conta è il decentramento dell’informazione abilitato da Internet. Per Gillmor i nuovi media rendono potenzialmente più democratica e trasparente la sfera pubblica perché mettono in discussione i monopoli informativi.

Ora, a parte il fatto che la crisi dei monopoli informativi causata da Internet è tutta da dimostrare (semmai si ha l’impressione che stiano sorgendo nuovi monopoli, accolti dagli utenti della Rete con superficiale benevolenza), il punto è che autori come Gillmor si mostrano poco preoccupati dal problema dell’agenda e della qualità della discussione online: la partecipazione in Rete è un valore in sé, indipendentemente dai contenuti scambiati e dalla capacità critica sviluppata dagli individui interconnessi.

Il fatto che in giro ci siano tanti piccoli Gillmor, dunque, mi turba. Esitono però anche altri autori, per i quali il problema di una partecipazione responsabile non è eludibile. È il caso di Yochai Benkler, un altro teorico della sfera pubblica interconnessa (networked public sphere), il quale conserva una visione ottimista sul futuro di Internet, ma non ignora la differenza fra rete di cittadini informati e dibattito pubblico responsabile. In una prospettiva ancora più problematica si collocano Jonathan Zittrain e Geert Lovink. Fra gli autori italiani mi sembra doveroso citare Carlo Formenti, Massimo Russo e Vittorio Zambardino: gente che non suona il piffero per la rivoluzione e che, forse proprio per questo, è poco celebrata dalla pubblicistica corrente.

C’è un punto specifico, sul quale vale la pena di interrogarsi: alla crescita di informazione circolante e accessibile corrisponde davvero una maggiore capacità di accedere alla verità? Chiamo verità il fatto scevro da pregiudizi, reso evidente dalla consultazione di fonti attendibili e verificate. Cass R. Sunstein, autore di libri come Republic.com 2.0 (Princeton, Princeton University Press, 2007) e  On Rumors: How Falsehoods Spread, Why We Believe Them, What Can Be Done (Farrar, Straus and Giroux, 2009), sostiene di no. Il suo ragionamento si basa sull’idea che un efficace meccanismo di libera espressione – quella cosa che chiamiamo democrazia – dipenda dalla possibilità che gli individui siano esposti a contenuti non scelti in anticipo:

Unplanned, unanticipated encounters are central to democracy itself. Such encounters often involve topics and points of view that people have not sought out and perhaps find quite irritating. They are important partly to ensure against fragmentation and extremism, which are predictable outcomes of any situation in which like-minded people speak only with themselves. (C. Sunstein, Republic.com 2.0)

Il punto – osserva Sunstein – è che Internet sta accrescendo il potere dei consumatori di filtrare e quindi riduce la possibilità che i cittadini abbiamo un insieme di esperienze condivise. E, senza esperienze condivise, indirizzare i problemi sociali in una comunità eterogenea diventa molto più difficile.

A ciò si aggiunge quella che Sunstein chiama “balcanizzazione delle opinioni”, ovvero la polarizzazione di gruppi che assumono posizioni sempre più estremiste nella misura in cui sono composti da persone che hanno il medesimo punto di vista:

It seems plain that the Internet is serving, for many, as a breeding group for extremism, precisely because like-minded people are deliberating with greater ease and frequency with one another. (C. Sunstein, On Rumors)

Per la verità la teoria non è nuova: essa è stata sviluppata negli anni Settanta ed è stata poi ripresa con l’avvento dei nuovi media. Lee Rainie, direttore del Pew Internet & American Life Project, parla di “effetto echo-chamber”, riferendosi al fenomeno in base al quale idee e convinzioni sono amplificate e rafforzate attraverso la loro trasmissione in un ambiente chiuso. Per Sunstein potere di filtro e balcanizzazione delle opinioni generano le premessa per una diffusione crescente della disinformazione. Al punto che quella di Internet può essere definita come la “disinformation age”.

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  1. Virginia

    Secondo me l’echo chamber effect è vero in generale, ma credo sia importante tenere in considerazione la distinzione che fanno Entman and Bernst nel loro “Reframing public opinion as we know it”, distinguendo tra “mass opinion” e “activated public opinion”. Secondo me internet ha, come mezzo tecnico, le potenzialità per attivare gli audiences. E innescare meccanismi di partecipazione in modo più energico rispetto alla televisione.

    ottobre 27th, 2010 //
  2. Paolo Costa

    Vero. Tuttavia anche Entman e Herbst (non Berst!) si pongono il problema di quella che essi chiamano “fragmentation of information commons”, segnalando il rischio di un declino delle esperienze di “common pubblic communication”. In altri termini, i nuovi media possono certamente abilitare una “activated public opinion”, fatta di militanti, gruppi di pressione, attivisti ecc. Ma non risolvono – temo – il problema della balcanizzazione, rischiando semmai di aggravarlo.

    ottobre 28th, 2010 //

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