Leggere nella postmedialità

Leggendo sul tetto (Raul-Lieberwirth-Reading-on-the-roof-2008)
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Sintetizzo qui le note sull’esperienza di leggere al tempo del web che ho condiviso in due occasioni recenti: la prima volta il 10 maggio 2016, intervenendo al seminario Letteratura e Web organizzato da Pavia Archivi Digitali; la seconda volta il 13 maggio 2016, discutendo del Futuro della lettura al Salone Internazionale del Libro di Torino in compagnia di Fabrizio Venerandi.

Intanto chiarisco che “leggere” va qui inteso come “leggere letteratura”. Inoltre devo specificare i termini in cui parlo di cultura postmediale, preferendo tale espressione a quella, più usuale, di cultura digitale. Il riferimento è a una situazione culturale in cui la distinzione fra analogico e digitale, così come quella fra vecchi e nuovi media, perde in gran parte di senso. È una situazione in cui tutto è fortemente condizionato dal paradigma digitale e in cui i cosiddetti nuovi media si possono dare ormai per scontati. È stata Rosalind Krauss, prima di molti altri, a incanalare questo tipo di riflessione (A Vojage on the North Sea. Art in the Age of the PostMedium, 1999)

Peraltro parlare di nuovi media evoca due questioni ulteriori, che qui menziono ma non affronto. La prima relativa a ciò che effettivamente intendiamo, quando parliamo di media. Spesso sopravvive l’idea che i media siano i canali attraverso i quali la comunicazione si veicola, secondo un’ottica tutto sommato trasmissiva. Si trascura quella che è forse la maggiore intuizione di Marshall McLuhan, il quale ci ha insegnato a concepire i media come spazi in cui si svolge una relazione o, per meglio dire, come ecosistemi. La seconda questione riguarda la specifica natura dei cosiddetti nuovi media, che in molti sensi non sono (solo) media, ma anche altro. Ecco perché all’espressione “nuovi media” preferisco l’espressione “tecnologie (o dispositivi) della connessione”.

Ciò premesso, si tratta di capire in che modo la produzione letteraria si configuri nell’epoca della postmedialità. Semplificando alquanto (questi sono solo appunti!), diciamo che siamo testimoni di tre tipi di sovvertimento: con riferimento al prodotto, ossia a questioni che riguardano stile, retorica e contenuti delle scritture letterarie, con riferimento alla sequenza delle fasi del processo, con riferimento ai ruoli (autore, editore, lettore, …)

Non mi occupo qui del prodotto, e mi soffermo sulla sequenza delle fasi e sui ruoli, ossia sugli aspetti pragmatici della comunicazione letteraria.

Sequenza delle fasi

Secondo uno schema tradizionale, le fasi del processo di produzione e consumo della letteratura sono tre. Nell’ordine: prima della pubblicazione (scrittura, editing, grafica), pubblicazione (distribuzione, vendita), dopo la pubblicazione (lettura, critica).

Questa scansione – che va intesa anche e soprattutto in senso cronologico – regge ancora? Forse no. Nel nuovo scenario si manifestano in particolare due fenomeni degni di nota.

Il primo fenomeno riguarda tutte le situazioni in cui l’esperienza della lettura precede la pubblicazione. Pensiamo ai casi di gestazione pubblica del testo su un blog o su Facebook, come quelli relativi a Oceano Padano (Mirko Volpi, 2015), Questa e altre preistorie (Francesco Pecoraro, 2008), Tranquillo prof, la richiamo io (Christian Raimo, 2015), Espiazione 2.0 (Gaja Cenciarelli, 2010) e molti altri.

Ci sono poi i gruppi chiusi di beta-lettori, come quelli attivati da Joanne Rowling. E c’è il caso,  ancora diverso, di Chirù (Michela Murgia, 2015). Nell’ottobre dello scorso anno, a una settimana dalla pubblicazione del suo ultimo libro, la scrittrice sarda ha attivato una pagina di Facebook intitolata dalla figura fittizia di Chirù, il diciottenne che nel romanzo assume la posizione di co-protagonista. Com’è noto nel libro la storia è narrata – in prima persona – dal punto di vista dell’altro personaggio, Eleonora. Su Facebook, invece, è Chirù a parlarci.  E ci racconta un tempo che precede quello della storia.

Il secondo fenomeno consiste nel lavoro di editing – per così dire – che segue la pubblicazione, anziché precederla. Alludo alle infinite manipolazioni cui oggi sono sottoposti i testi, quando sono affidati alla cura dei lettori. Nell’ecosistema digitale i lettori non si limitano a ricevere i testi, ma tendono a rimetterli in gioco collocandoli in contesti alternativi, variandoli, riscrivendoli, contaminandoli con altri testi. Il contributo del lettore tende in tal modo a porsi in una prospettiva performativa (“interpretare” il testo significa metterlo in scena) e creativa. Fenomeni in questo senso interessanti sono le riscritture collettive via Twitter, il citazionismo imperante sui social network, ma soprattutto la fanfiction.

Ruoli: scrivere, editare, leggere

Dal punto di vista dei ruoli, poi, ciò a cui assistiamo è una tendenziale indistinguibilità. Abbiamo lettori che si improvvisano critici, autori che diventano editori di sé stessi, critici che gigioneggiano nel web, barattando l’autorevolezza di un tempo con l’engagement 2.0. Accanto a queste ci sono comunità omogenee, in cui autori, critici e lettori si muovono sullo stesso piano e si mescolano ambiguamente. Si potrebbe aggiungere che siamo diventati un mondo di persone che amano scrivere, molto più che leggere.

Statuto del testo

Credo che quanto finora sommariamente descritto – sovvertimento delle fasi del processo della produzione letteraria e confusione dei ruoli giocati al suo interno – dipenda da un cambiamento di posizione del testo letterario. E credo che in questo senso i testi letterari condividano un identico destino con i testi di altro tipo.

Il testo postmediale è indifeso sul piano della proprietà intellettuale, facilmente manipolabile, trasferibile da un supporto all’altro. Ne consegue uno spostamento del focus: dalla produzione, intesa come espressione creativa del genio individuale, alla postproduzione, intesa come riuso, de- e ricontestualizzazione, classificazione. Scrive Kenneth Goldsmith: “Il mondo è pieno di testi, più o meno interessanti; non voglio aggiungerne altri”. (traduzione mia da Uncreative Writing: Managing Language in the Digital Age, 2011)

Software culture

A mio parere nel modo in cui i testi oggi vivono e si fanno leggere all’interno degli ecosistemi digitali si manifesta la cosiddetta cultura del software , categoria che mutuo da Lev Manovich. Il software – con il quale creiamo, condividiamo e manipoliamo contenuti – si porta dietro metafore e chiavi di lettura del mondo. La cultura del software si declina secondo quattro principi: modularità (i contenuti sono scomponibili in moduli autosufficienti), automazione (molte fasi del processo sono sottratte all’intenzionalità umana), variabilità (i contenuti tendono a essere declinati in infinite varianti) e transcodifica (linguaggi e culture convergono in piattaforme omnicomprensive).

Ritorno al passato?

Tutto questo ci turba. La velocità del cambiamento ci sembra fuori misura e ci coglie impreparati. Ma non potremmo forse leggere il nuovo scenario, almeno in parte, come un riorno al passato?

Pensiamoci: è già esistito un mondo in cui: l’opera letteraria non era tutelata dal diritto d’autore, l’uso di materiali altrui e il richiamo alla tradizione avevano più peso dell’originalità, il libro era il supporto in cui si incrociavano palinsesti, glosse, riscritture e ipertesti. E si tratta di un mondo al cui studio ancora oggi molti di noi si applicano. Oggi viviamo il nuovo come una perdita. Ma non dobbiamo dimenticare che anche l’avvento del libro tipografico di Aldo Manuzio segnò a suo modo una perdita, rispetto alla ricchezza del codice quattrocentesco. Ce lo ricorda Carlo Dionisotti, che così concede l’onore delle armi al libro pre-tipografico e pre-aldino: “Resta che oggi, per la nostra stessa esperienza, siamo arrivati a capire che quell’ingombro quattrocentesco era pure una strenua e sempre valida volontà di capire e di spiegare ad altri, e che per contro nei margini immacolati delle stampe aldine, come di stampe più dozzinali vicine a noi, poteva e può nascondersi l’insidia di un ozioso, sterile e a lungo andare insipiente oblio delle ragioni umane di ogni, benché alta, poesia e letteratura.” (in Calderini, Poliziano e altri, “Italia medioevale e umanistica”, XI, 1968, 151-185).

[Foto Raul Lieberwirth / Flickr, 2008]

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