La crisi USA del prime-time

American Idol

Secondo dati pubblicati ieri dal New York Times (Prime-Time Ratings Bring Speculation of a Shift in Habits), fra metà marzo e metà aprile di quest’anno le maggiori televisioni americane hanno subito un’erosione significativa degli ascolti della popolazione di età compresa fra i 14 e i 49 anni. Rispetto allo stesso periodo del 2011 NBC avrebbe perso una media di 59.000 spettatori (circa il 3 per cento), mentre per CBS il calo sarebbe pari a 239.000 utenti (8 per cento). Ancora peggio è andata a ABC (681.000 spettatori in meno, pari al 21 per cento) e Fox (meno 709,000, pari al 20 per cento). E se i grandi network piangono, certo non ridono le TV via cavo, le quali hanno perso a propria volta 409.000 spettatori, pari al 2 per cento dell’audience.

Fra le diverse cause possibili, una è di natura congiunturale ed è rappresentata dalla crisi di ascolti di American Idol. Secondo l’analista Michael Nathanson, citato dallo stesso New York Times, la perdita di ascolti del talent show di punta di Fox – perdita che, nell’ultima stagione, ha superato il 30 per cento – ha determinato un effetto a catena. Meno spettatori di American Idol vogliono dire meno spettatori davanti alla TV. E meno spettatori davanti alla TV si sono tradotti in minor pubblico per tutte le altre trasmissioni.

American Idol

Ma vi è con ogni probabilità anche una causa di natura strutturale, legata al cambiamento di abitudini del pubblico televisivo americano. Continua a crescere, infatti, il consumo non lineare di contenuti pensati per la fruizione live. Gli spettatori fanno un uso crescente del DVR per “salvare” i propri show preferiti e consumarli in momenti diversi rispetto a quello della loro trasmissione. Secondo dati della Nielsen, nella fascia di età compresa fra i 14 e i 49 anni la fruizione televisiva in modalità “time-shifted” corrisponde al 4,7 per cento del totale. La conseguenza di un simile comportamento è notevole soprattutto per chi deve pianificare gli investimenti pubblicitari. Ad andare in crisi è il concetto stesso di prime-time.

Sembra insomma che la personalizzazione dei tempi di fruizione della TV si stia facendo inesorabilmente strada, con buona pace del modello lineare del broadcasting ereditato dalla paleotelevisione. “Il contenuto che voglio, quando voglio” è una proposizione che attira quote crescenti di pubblico, specie fra i segmenti più giovani (che sono anche i più appetitosi dal punto di vista dell’inserzionista pubblicitario). Si può analogamente affermare che sia in atto una personalizzazione delle piattaforme di fruizione, all’insegna del motto “il contenuto che voglio, dove voglio”? Da questo punto di vista il cambiamento delle abitudini del pubblico appare più lento. Ma non pochi scommettono sul prossimo avvento della cosiddetta “TV everywhere”. A cominciare da Apple e Google.

Ma non sono solo i big a crederci. Proprio oggi cominciano i test di NimbleTV, una start-up americana che offre lo streaming sul Web di contenuti televisivi sindacati da distributori tradizionali. Un servizio da non confondere con quello proposto da Sky e denominato Sky Go, da un paio di mesi disponibile anche in Italia. Sky Go, infatti, non mette in discussione la logica del palinsesto lineare, che sembra essere la fortezza Bastiani dei broadcaster. NimbleTV, viceversa, non solo consente di visualizzare i contenuti televisivi su altre piattaforme (computer, tablet e smartphone) via web, ma anche la loro registrazione su DVR. Un po’ come era già possibile con Slingbox, ma senza la necessità di agganciare un decoder al televisore.

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