Complessità postmediale

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Di che sostanza è fatta la complessità? Alla fine mi è parsa questa la domanda scabrosa e inesorabile, intorno alla quale hanno ruotato – ora esplicitamente, ora meno – le riflessioni di filosofi, semiologi, studiosi dei media, artisti, psichiatri e bricoleur in occasione del convegno Tecnica, multimedialità e nuove forme di narrazione, organizzato dai dipartimenti di Filosofia e di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università La Sapienza di Roma (28-29 maggio 2015). Merito di Pietro Montani e del suo gruppo di lavoro essere riusciti a convocare intorno allo stesso tavolo personalità tanto differenti per esperienza, ruolo, approccio disciplinare e prospettive.

La complessità comincia forse quando la voce umana osa spingersi al di là delle proprie capacità fisiche. Una voce amplificata, mediale – suggerisce Daniele Guastini – è già una frantumazione dell’ordine. Nel Libro VII della Poetica Aristotele si interroga sulle dimensioni che la città deve rispettare, per funzionare. E sancisce: “La grandezza ideale della polis è quella in cui tutti i cittadini possono ascoltare la voce dell’araldo che li convoca all’assemblea”. Ad Aristotele non viene in mente che la voce dell’araldo si possa amplificare. Non gli viene in mente, cioè, che cambiando il supporto della voce, si possa concepire una città più vasta. La città di Aristotele, nella sua estensione, basta a se stessa. Non è soggetta al progresso della tecnica. La complessità mediale è dunque più figlia di Alessandro che di Aristotele, modellata più sull’impero che sulla polis. Suggestione sulla quale ritorna Alberto Abruzzese, ricordando come il destino della polis postmoderna sia appunto di nutrire l’impero e quindi di esserne mangiata.

Ma Guastini propone anche un interessante confronto fra la tecnica rapsodica dei poemi omerici e la forme contemporanee di narrazione crowd-sourced abilitate dalle tecnologie della connessione. Entrambe espressioni di uno sforzo cooperativo, rispondono tuttavia a istanze diversissime. La prima punta all’imitazione, ottenuta attraverso la ripetizione. La seconda punta all’imprevisto, ottenuto attraverso la rottura deliberata della regola. Ci domandiamo dunque: se, come suggeriva Foucault, dopo il Medioevo siamo transitati dal regime della ripetizione e dell’imitazione a quello dell’immaginazione, oggi ci troviamo forse dentro un regime del disordine? È questa la nuova complessità?

In realtà io vedo un riaffermazione prepotente del paradigma copiativo, basato cioè sull’idea che la creatività si manifesti attraverso la ricombinazione permanente di materiali preesistenti. In questa ricombinazione, conta più il processo dell’atto. Viviamo nell’epoca della sovrabbondanza testuale. Un’epoca in cui, con buona pace degli editori, qualsiasi testo è già stato scritto ed è continuamente immesso nei circuiti telematici. Il focus creativo si sposta pertanto dal contenuto all’operazione. Non è creativo un contenuto originale, se non altro perché essere originali sembra diventato impossibile; è creativo, semmai, il lavoro di manipolazione, ricontestualizzazione e concettualizzazione svolto dall’autore su un contenuto preesistente. Per dirla con Kenneth Goldsmith «the act of writing is literally moving language from one place to another, boldly proclaiming that context is the new content» (Uncreative Writing. Managing Language in the Digital Age, 2011).

Oggi le nostre enunciazioni intraprendono lunghi viaggi. Immesse nelle ecologie rizomatiche della Rete, sono soggette a trasformazioni non previste, producono nuove enunciazioni all’interno di un gioco senza fine. E in questo gioco senza fine, combinatorio e additivo, copiare non è reato. Segno di questa coazione a rifare sembra essere anche l’ampia diffusione della parodia, ovvero l’imitazione – deliberata, riconoscibile e in genere con intento caricaturale – di un’opera altrui. La cifra parodistica si addice alla Rete, perché in essa di manifesta il lavoro di manipolazione e ricontestualizzazione. Affidare un’enunciazione alla Rete significa attendere che altri se ne impossessino, la riperformino e le diano nuovo senso. Belli gli esempi illustrati da Dario Cecchi, riferiti ai doppiaggi amatoriali e parodistici dell’Hitler di Bruno Ganz.

La creatività online è – letteralmente – raccogliticcia. Così per Adriano Ardovino il lavoro dell’immaginazione interattiva appartiene alla dimensione del raccogliere (λέγω, “dire, raccontare”, ma anche – appunto – “raccogliere”). Tuttavia la raccolta non è mero accumulo. Essa è semmai selezione e rielaborazione. In Rete essere autori è quanto essere lettori. O, per così dire, collettori: nel senso di raccoglitori, ma anche di co-lettori (lettori-insieme). C’è qui un richiamo, neppure troppo implicito, alla teoria della lettura di Wolfgang Iser, che pone l’interprete stesso come unico limite all’apertura del testo. Giuseppina De Luca definisce questa processualità come un lavoro interminabile di costruzione/decostruzione. E mi sembra che su questo punto concordino tanto Franciscu Sedda, quando parla di interattività come trasformazione del testo, quanto Alessandra Campo, laddove riprende la lezione benjaminiana di mimesi intesa non come imitazione, ma come capacità di cogliere nessi imprevisti.

Dunque siamo di fronte a un’esplosione di soggettività, prodotta non entro il regime dell’immaginazione, quando in quello dello spostamento e della manipolazione? Non proprio. Infatti – mette in guardia Isabella Pezzini – se l’enunciazione ha una dimensione riflessiva, e dunque produce soggettività, i sistemi operativi della Rete agiscono come co-enunciatori: impongono vincoli, canalizzazioni, banalizzazioni e modellizzazioni, cui il soggetto accetta di sottomettersi. In questo senso assistiamo piuttosto a un arretramento enunciazionale, ovvero allo formazione di uno spazio enunciazionale ibrido tipico di alcune forme narrative della Rete: ripetizioni, frammentazioni, mancanza di conclusioni.

E questo arretramento può giungere alla sua dimensione paradossale. Per Ruggero Eugeni, che propone di inaugurare una semiotica dei sensori, possiamo immaginare uno spazio enunciazionale presidiato dalla macchina, in cui la macchina stessa sia soggetto di una enunciazione non esperibile dall’essere umano. Tale è, per esempio, l’output di una fotocamera plenottica, capace cioè di registrare il campo luminoso di una scena mediante una matrice di microlenti: un universo di informazioni che il nostro occhio non elabora e che vengono immagazzinate dal dispositivo e per il dispositivo. Pura poesia dei big data, insomma.

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